Fields</br>Intervista a Ferdinando Faraò ed Enzo Rocco

Fields
Intervista a Ferdinando Faraò ed Enzo Rocco

8 dicembre 2017

“Fields” è il titolo del nuovo CD realizzato da Enzo Rocco alla chitarra e Ferdinando Faraò alla batteria pubblicato da Setola di Maiale; in occasione dell’uscita del disco abbiamo intervistato l’inusuale e originale duo.

Di Eugenio Mirti

Come è nato questo duo?
Enzo Rocco
/ Con Ferdinando siamo amici da molti anni. Pur essendo quasi coetanei, quando verso la metà degli anni ’80 io cominciavo a strimpellare, lui già era molto attivo e mi capitava spesso di ascoltarlo nelle compagnie più disparate nei club di Milano, su tutti il Capolinea. Negli anni ci è capitato di incontrarci in diverse situazioni, ma soprattutto per ben dodici anni abbiamo militato nel gruppo di Luca Garlaschelli: cinque CD e molti concerti in cui peraltro non di rado si aprivano spontaneamente siparietti di improvvisazione in duo. Credo che Ferdinando ed io, pur a volte frequentando ambiti professionali o stilistici differenti, abbiamo in comune sia buona parte della nostra formazione culturale, sia la maniera sostanziale di affrontare la musica. E spesso partendo magari da punti di vista che potrebbero apparire diversi arriviamo alle stesse conclusioni.

Quando quindi si è creata l’occasione di creare un duo la cosa è apparsa del tutto naturale. Occasione invero fortuita, come spesso accade, dato il ruolo avuto dal caso nella realizzazione di “Fields”. Da qualche tempo infatti ci eravamo riuniti assieme a Tito Mangialajo per effettuare alcuni concerti in trio (una idea chiamata “Mistaken Standards”) e nel novembre del 2016 decidemmo di registrare qualche pezzo a scopo promozionale. Semplicemente accadde che in attesa di Tito – in ritardo per un piccolo inconveniente – ci piacque l’idea di “scaldarci” improvvisando lì per lì qualche brano. La cosa ci divertì così tanto che, finito il lavoro col trio, tornammo giorni dopo nello studio per aggiungere altro materiale da sottoporre a Stefano Giust il quale, entusiasta come sempre, ha permesso l’uscita del disco.

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Perché un duo chitarra batteria?
Enzo Rocco / Intanto mi ritengo un batterista mancato. Non riesco neanche a tenere le bacchette in mano, ma ritmo e timbro restano i parametri cui attribuisco istintivamente maggiore importanza. E ho sempre trovato l’abbinamento con un batterista l’ambito in cui posso muovermi con maggiore libertà e divertimento. So che la formula non è popolarissima, ma io l’ho sempre praticata. E in un paio dei miei gruppi “stabili” non c’era e non c’è il basso, il che rende le formazioni un duo con dei fiati aggiunti. Cominciai a confrontarmi con i batteristi a fine anni ’90, prima a Londra con Steve Noble grazie a un’intuizione di Lol Coxhill; subito dopo in Italia con Stefano Bagnoli (“Marché aux puces” uscì nel 2000). Qualche anno dopo l’Edinburgh Jazz Festival “commissionò” a Tom Bancroft e a me la creazione di un duo che poi ebbe parecchia fortuna e suonò in molti festival del Regno Unito. Per non dire degli incontri estemporanei con improvvisatori di molti paesi, tra tutti in particolare il Giappone e l’America Latina.

Con Ferdinando, mi ripeto, la cosa interessante è la naturalezza dell’approccio. Nessuna “composizione”, nessuna premeditazione, nessuna preoccupazione estetica o intento programmatico. Nessun “progetto” (termine che trovo insopportabile) insomma. Solo la reciproca stima e la consapevolezza della compatibilità dei nostri rispettivi approcci all’improvvisazione. Che per quanto mi riguarda definirei come l’abitudine di fare evolvere la ricerca di specifici gesti strumentali o di tecniche esecutive ormai interiorizzate trasformandole in strutture estemporanee per lo sviluppo della musica.

A proposito di “Fields” mi piace citare una affermazione inviatami in una comunicazione privata da Alex Schmitz, storico esperto del mondo della chitarra della rivista Jazz Podium, che secondo me può aiutare a capire lo spirito dell’intesa estemporanea fra me e Ferdinando: “I am particularly surprised by the fact that for example you stick to single note playing while Ferdinando drums as if his set would be a HARMONY instrument. Wow!”

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Il disco propone brani realizzati in maniera estemporanea che però esprimono temi e approcci sonori diversi: come lavorate al repertorio e al suo sviluppo?
Ferdinando Faraò / Per rispondere a questa domanda è necessario un distinguo e una breve premessa. Tra atto e azione è l’atto che mi interessa: l’abbandono, l’oblio: contravvenire all’azione e servire altro da sé. Per annullarsi però è necessario “uscire” dai significati, perderli e dare corpo a un altro livello di coscienza, che può realizzarsi solo attraverso il “depensamento”. Un processo in cui ti sforzi di realizzare degli spazi vuoti nel quale succeda qualcosa… un vuoto pieno. Non è astrazione, si è dentro la realtà e ci si incarna, è una disarticolazione, una scissura tra significante e significato. Questo è il punto, “Fields” non significa nulla, è irrelato, non ha un fine. Certo ci sono alcuni frammenti tematici, diversi campi sonori, l’uso di una particolare scala ma non sono protagonisti, il soggetto non c’è, è annullato. Protagonista è la tensione del vuoto che si genera attraverso la pienezza “insensata” del vuoto stesso. In questo caso lo sviluppo non esiste perché l’oggetto liberato da ogni finalità e posto come un assoluto, è irrelato. Sostanzialmente questi brani fanno parte di un processo di trasformazione continua, un “fluxus” che si esprime attraverso un “vuoto d’azione”.

La musica e il web: una benedizione o una maledizione?
Enzo Rocco / Bah. Potremmo parlarne per ore. Quel che mi viene in mente, assai banalmente, è che si può trovare ed ascoltare qualsiasi cosa, il che è di una comodità sconvolgente, passi per la non eccelsa qualità dei suoni. Impiego parecchio tempo per trovare musiche che anni fa cercavo con fatica – ma anche con sommo divertimento – nei negozi di mezzo mondo. Il lato negativo della faccenda è che so per certo che molti, soprattutto i giovani, scaricano l’intera discografia di Coltrane e poi ascoltano tre pezzi. Per forza, non riescono a decidere cosa ascoltare prima, cosa poi, cosa mai, quante volte, le cose scelte. Ho mal di testa, compro l’enciclopedia medica e la metto in salotto, vediamo se mi passa… èpiù difficile con il web “soffrire” le scelte e le scoperte musicali, col risultato che si scordano presto le musiche ascoltate senza interiorizzarle. O almeno questo è il rischio.

Poi c’è la faccenda della facilità di produrre registrazioni e di invadere la rete con prodotti a volte indecorosi, a volte inutili, a volte meravigliosi, ma che passano, in mezzo a quel trambusto, del tutto inosservati. Il vecchio discorso del discografico e del critico che “filtra”. Discorso antipatico, ma non del tutto campato per aria, secondo me.

Infine Spotify e compagnia che non pagano due lire ai musicisti di cui vendono l’opera. Sono totalmente d’accordo con chi pensa che le compagnie che lucrano sul lavoro altrui siano una schifezza. Egoisticamente, per quanto mi riguarda, non ho interessi economici da difendere (capirai che guadagni posso fare con la mia musica…) e capisco la posizione di chi dice che la musica pressoché gratis sul web è un’apertura democratica. Anzi, condivido appieno la posizione, ma non capisco perché qualcuno deve guadagnare cifre ingenti per “esportare democrazia”.

Quanto al discorso che sul web si ascolti male e sia ancora sempre meglio il CD o il vinile dico che ognuno ascolti come gli pare. La cosa non mi interessa.

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Qual è un sogno che vorresti esaudire nei prossimi anni della tua carriera?
Ferdinando Faraò / Non ho sogni particolari, voglio continuare a occuparmi di musica come ho fatto fino ad ora e proiettare questo mio desiderio il più a lungo possibile. Questo è il mio sogno.

Enzo Rocco / Concordo e sottoscrivo.

A quali altri progetti state lavorando?
Ferdinando Faraò / Attualmente, oltre al duo con Enzo, sto lavorando a dei nuovi lavori per Artchipel Orchestra: per il 2018 sto preparando tre produzioni che riguardano riletture di composizioni e opere di Michael Mantler, John Greaves e Gustav Holts (The Planets). Inoltre ho preso parte a un progetto dedicato a Paul Motian con Andrea Massaria alla chitarra e Danilo Gallo al contrabbasso, coi quali ho registrato alcuni brani che faranno parte di un disco di prossima uscita. Sempre con Danilo al contrabbasso, ma stavolta con Stefano Sernagiotto al sax tenore, abbiamo dato vita a un trio che pone particolare attenzione alle composizioni di Steve Lacy e Yusef Lateef. Infine ho appena iniziato una nuova e stimolante collaborazione con “Alboran Trio” del pianista Paolo Paliaga con Dino Contenti al contrabbasso.

Enzo Rocco / Il 2017 è il ventennale del mio sodalizio con Carlo Actis Dato, perciò ho dedicato un’attenzione particolare a questo duo: per l’occasione è uscito un nuovo CD e si è realizzata una bella serie di concerti inaugurata a inizio anno al festival di Città del Messico davanti a 7.000 spettatori. Adesso arriveranno i “secondi 20 anni”, qualcosa ci inventeremo.

Poi vorrei dare visibilità definitiva al lavoro in duo con il pianista Veryan Weston (cui devo letteralmente l’esperienza di avermi introdotto nell’ambiente dell’improvvisazione londinese troppi anni fa). In collaborazione con la vedova di Lol Coxhill abbiamo realizzato un lavoro di musica ed immagini ispirato alle musiche care al leggendario sassofonista, per inciso vero e proprio mentore di Veryan e in qualche modo mio, cui sono stato affezionato accompagnatore durante gli ultimi dodici anni di vita.

Infine voglio riprendere l’attività, sospesa per vari motivi, del mio trio con Simone Mauri. Credo di avere trovato un giovane, bravissimo batterista che fa al caso nostro e di cui sentiremo parlare spesso in futuro.

E naturalmente spero di continuare a viaggiare e a incontrare musicisti con cui approfondire sempre di più il mio rapporto con le musiche del mondo e con l’improvvisazione musicale.

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Cosa consiglieresti a un giovane che vuole affrontare la carriera artistica?
Ferdinando Faraò / Tocchi un punto nevralgico quando parli di “carriera artistica”, in effetti ci sarebbe molto da discutere su questo argomento. Gli consiglierei innanzitutto di aborrire il concetto stesso di “carriera” dato che lo ritengo fuorviante. Sottolineerei poi l’aspetto del jazz come fenomeno sociale. Ritengo importante che i giovani, anche quelli più creativi e talentuosi, vivano questa musica adoperandosi il più possibile per favorirne l’aspetto comunitario e collettivo.

Gli aspetti economici legati al jazz in questo paese potranno migliorare solo attraverso un’azione ampia e organizzata. E poi gli consiglierei di mettersi in gioco il più possibile, preferibilmente non nel ruolo del terzino che difende “la zona”, ma piuttosto in quello del centrocampista, tanto per usare una metafora calcistica.

Enzo Rocco / Aborrire il concetto di carriera, come dice Ferdinando, non può che fare bene alla carriera. E abolire il concetto di professione non può che fare bene allo sviluppo della musica.

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