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Esound Booking Agency<br/>Intervista a Massimo Di Stefano

Esound Booking Agency
Intervista a Massimo Di Stefano

24 gennaio 2019

Intervistiamo Massimo Di Stefano, fondatore della Esound Booking Agency, per saperne di più della sua attività e al tempo stesso per comprendere il funzionamento di un’agenzia di management & booking che da anni è diventata leader su scala internazionale, puntando su alcuni dei protagonisti più importanti della scena jazzistica nazionale ed estera.

di Luciano Vanni

Cosa significa, al giorno d’oggi, fondare un’agenzia di booking?
Credo che al giorno d’oggi sia difficile in quasi tutti i settori aprire un’attività propria. Per quanto riguarda questo lavoro nello specifico, ora che le distanze sono così tanto ravvicinate, è importante non limitarsi solo a proporre e a vendere i propri musicisti seduti davanti a un computer, ma anche viaggiare continuamente, conoscere direttamente i direttori dei festival e dei teatri, seguire i propri musicisti, cercare di rendere le relazioni più umane possibili. Anche se viviamo nell’epoca dell’informatica in cui è facile avere accesso ai contatti e alle persone, credo che sia molto importante coltivare ancora i rapporti personali reali.

Ma partiamo dalle origini. Come ti avvicini alla musica, e nello specifico al jazz?
Devo assolutamente ringraziare mio fratello maggiore. Ricordo che da ragazzino erano i tempi dei Duran Duran e degli Spandau Ballet, mentre io ho avuto la fortuna di crescere – grazie alla sua passione e ai suoi allora originali gusti musicali – ascoltando Ahmad Jamal, Herbie Hancock, Wayne Shorter, etc. Mi fece una cassetta con alcuni pezzi di questi grandi musicisti e io incominciai ad ascoltarli. Poi, quando avevo solo quattordici anni, mi portò a vedere il mio primo concerto jazz, si trattava di Dizzy Gillespie… come fare a non innamorarsi del jazz?!

E quando e come nasce in te il desiderio di fondare questa agenzia?
Nel 2012 mi sono trasferito in Spagna, ho iniziato per interesse personale a seguire i numerosi festival della penisola iberica e mi sono reso conto che la scena italiana era sì presente, ma non in maniera considerevole. Quindi decisi di iniziare a contattare le varie agenzie italiane dei musicisti che mi interessavano. Il primo tour che organizzai fu quello di Paolo Fresu e Dino Rubino nel 2013, mi resi conto che c’era molto lavoro da fare in termini promozionali, ma la risposta positiva del pubblico e l’entusiasmo degli addetti al settore e della stampa furono un buon motivo e un incoraggiamento per continuare a insistere su questa idea.

Veniamo al presente. Con la tua ‘Esound Music & Arts’ operi a Valencia e sei diventato il punto di riferimento, in Spagna e nell’America Latina, per alcuni tra i migliori jazzisti italiani come Stefano Bollani, Francesco Cafiso, Paolo Fresu, Giovanni Guidi, Gianluca Petrella, Enrico Rava. Cosa ti ha portato a scegliere questi musicisti?
Sicuramente volevo irrompere ed entrare nel mercato con i nomi più noti e altisonanti del jazz taliano. E devo dire che è stato proprio grazie a musicisti come Enrico Rava, Paolo Fresu e Stefano Bollani che importanti produzioni hanno aperto la porta a un’agenzia giovane come la mia. Poi un’altra formula vincente è stata quella di favorire collaborazioni importanti con i “grandi” musicisti dei paesi in cui la mia agenzia opera: per citarne alcuni il duo Stefano Bollani e Chano Domínguez, il duo Paolo Fresu e Chano Domínguez, la continua collaborazione di Stefano Bollani con musicisti brasiliani e i prossimi progetti previsti per il 2019 per Bollani in duo, prima con Gonzalo Rubalcaba e poi con Chucho Valdés, due icone della musica cubana.

Come è percepito il jazz italiano nei paesi in cui lavori?
Sicuramente in molti paesi il jazz viene apprezzato soprattutto se made in USA e quindi bisogna investire un maggiore sforzo per promuovere musicisti che vengono da altri paesi e da tradizioni musicali differenti.
Inoltre, se da un lato è stato un vantaggio, sotto un altro punto di vista devo lamentare il fatto che il jazz italiano all’estero sia conosciuto solamente per i grandi nomi, e questo rende più difficile l’accesso ad altri musicisti. All’estero, a parte i più famosi, c’è poca conoscenza del panorama jazzistico italiano, e anche per quanto riguarda artisti già largamente apprezzati in Italia, è molto più complicato proporli. Questo è un punto su cui anche in futuro cercherò di insistere, ovvero promuovere sempre i giovani talenti nei territori in cui lavoriamo.

Quali differenze trovi tra l’industria e il mercato del jazz italiano e quello internazionale?
Il mercato internazionale mi sembra più aperto di quello italiano, non si muove sempre sugli stessi canali, ma dà la possibilità di emergere anche a chi è nuovo del settore. Se ciò che proponi suscita interesse, generalmente vieni ascoltato e preso in considerazione, a differenza dell’Italia in cui spesso si ha ancora bisogno di giuste connessioni e contatti. All’estero puoi crescere velocemente, se lavori bene in pochi anni hai la possibilità di affermarti. L’Italia a volte sembra meno meritocratica e, se sei una piccola realtà, devi confrontarti sempre con chi ti ha preceduto.

Hai trovato differenze sostanziali nella percezione del jazz da parte del pubblico?
All’estero ho trovato più divertimento, più voglia di divertirsi da parte del pubblico. Forse apparentemente meno competente in certi paesi (anche se su questo ho alcuni dubbi…), ma un pubblico molto più disposto ad essere coinvolto e a divertirsi insieme agli artisti. In Italia quello del jazz mi sembra un pubblico ancora un po’ di nicchia e a volte impostato.

Il tuo roster accoglie anche musicisti che oltrepassano i confini del jazz come Mario Biondi, Carmen Consoli e Raphael Gualazzi. Che mercato hanno all’estero?
Questi musicisti all’estero hanno un mercato sicuramente più difficile rispetto a quello italiano. I loro concerti in paesi come la Spagna si basano su un pubblico prevalentemente italiano, ma con il tempo ci stiamo accorgendo che anche il pubblico locale, magari inizialmente coinvolto dagli Italiani, a poco a poco comincia a conoscere, ascoltare e apprezzare questi artisti. A tal proposito è stata fondamentale la collaborazione con la OTR che ha permesso negli ultimi anni e nei vari tour una “fidelizzazione” e un graduale aumento del pubblico. Con la OTR abbiamo infatti organizzato una prima data del trio Fabi-Gazzè-Silvestri nel 2014, per poi consolidare la collaborazione con il tour spagnolo di Carmen Consoli nel 2017 e di Levante nel 2018. Ora ci prepariamo all’imminente tour di Max Gazzè a Barcellona, Madrid, Lisbona e Valencia e al tour latino-americano di Carmen. Grazie a queste collaborazioni, inoltre, a breve mi occuperò anche della direzione di un nuovo portfolio jazz e classico per la OTR.

E a completare, nomi del firmamento internazionale. Come hai fatto la selezione?
Prima di tutto per passione. Ho sempre cercato di prendere i musicisti che mi sono sempre piaciuti come Gonzalo Rubalcaba, Hermeto Pascoal, Hamilton de Holanda, Chano Domínguez. Prima si parte dalla passione per l’artista, poi ovviamente si valuta il potenziale commerciale di questi musicisti nei territori in cui lavoro.
Per quanto riguarda invece le nuove “scoperte”, ci sono fiere del jazz come il Jazzahead a Brema dove è possibile ascoltare degli showcase e scoprire nuovi musicisti. Un esempio sopra tutti è Eli Degibri, il sassofonista israeliano che ha fatto parte del sestetto di Herbie Hancock ed è stato sassofonista per anni di Al Foster: ascoltare la sua performance al Jazzahead due anni fa e portarlo in tour in Spagna a settembre è stata una grandissima soddisfazione e un grande orgoglio. Anche frequentare i club ti dà la possibilità di entrare in contatto con innumerevoli artisti e di scoprirne sempre di nuovi.

Per concludere. Che consiglio daresti a un giovane che vorrebbe fare il tuo lavoro?
Viaggiare, ascoltare tanta musica e pensare che per fare questo lavoro non basta solo la passione per la musica, ma bisogna avere anche competenze di altro tipo, come quelle commerciali, perché questo è pur sempre un lavoro.

E che futuro immagini per l’industria della musica?
Credo che i generi si stiano sempre più contaminando e bisogna essere aperti a ogni nuova forma di sperimentazione. E anche per quanto riguarda l’internazionalizzazione, la vedo sempre più indispensabile per musicisti e agenzie.

 

INFO

www.esound.es