Ultime News
Enrico Pieranunzi e Bruno Canino</br>Americas
Photo Credit To Fabrizio Giammarco

Enrico Pieranunzi e Bruno Canino
Americas

Americas” (CAM Jazz, 2016) segna l’incontro artistico tra Enrico Pieranunzi, comunemente riconosciuto come jazzista, ma da sempre a contatto con il mondo della classica, e Bruno Canino, concertista classico e camerista incuriosito dal linguaggio musicale afroamericano. Un duo pianistico inedito che si dà appuntamento nel repertorio della musica del continente americano, di autori come Astor Piazzolla, Carlos Guastavino e George Gershwin.

di Roberto Paviglianiti

L’incontro di vie parallele

«Stavo suonando in pianoforte solo, a Napoli nel 2013, e con la coda dell’occhio riconobbi l’inconfondibile sagoma del Maestro Bruno Canino che veniva a sedersi in prima fila. Fu un momento di vera, grande emozione. Alla fine del concerto cominciammo a parlare e penso che la nascita concreta del duo sia avvenuta lì.» Con queste parole Enrico Pieranunzi ci introduce alla genesi di “Americas” (CAM Jazz, 2016), l’album attraverso il quale indaga insieme a Bruno Canino un repertorio di autori americani, come Carlos Guastavino, Aaron Copland, Astor Piazzolla, William Bolcom e George Gershwin. Per il pianista romano si tratta dell’ennesima collaborazione di prestigio di una carriera che lo ha visto impegnato con Chet Baker, Kenny Wheeler, Paul Motian e tantissimi altri, e una nuova possibilità di addentrarsi nel mondo e nelle modalità esecutive della musica classica, il suo interesse che negli anni ha coltivato parallelamente al jazz, studiando punti d’incontro tra i due mondi, come ci ha descritto: «“Americas” e il duo con Bruno Canino sono per me non solo l’ “altra faccia della Luna”, la parte classica accanto a quella jazzistica, ma la realizzazione concreta della visione ampia di cui mi interesso da sempre. All’interno di questa visione non ho mai considerato il jazz solo come un fine, ma come un’opportunità straordinaria di andare oltre. Un po’ di tempo fa ho paragonato il modo di improvvisare di Wayne Shorter al modo con cui Ludwig van Beethoven costruiva la forma delle sue composizioni. Non è stata una dichiarazione a effetto, lo penso ancora». Il duo Pieranunzi-Canino ha debuttato dal vivo nel 2015, per poi continuare una frequentazione e uno scambio di idee che hanno portato alla registrazione dell’album, presso i Bauer Studios di Ludwigsburg, con la produzione artistica di Ermanno Basso della CAM Jazz.

Americas-cover

L’entusiasmo di Bruno Canino e l’importanza delle scelte

A Bruno Canino, classe 1935 e una carriera concertistica e performativa tra le più apprezzate al mondo, non manca certo l’entusiasmo, elemento alla base delle sue scelte artistiche e che non è mancato anche per la registrazione del duo pianistico con Enrico Pieranunzi, come ci ha dichiarato in un day off della sua fitta agenda di appuntamenti: «In generale si sopravvaluta la volontà di scelta da parte dell’artista nella definizione dei programmi da eseguire o da registrare, almeno per quello che mi riguarda, ma questo non vale probabilmente per l’amico Pieranunzi, decisissimo nelle sue scelte. Comunque, molto dobbiamo all’inventiva e alla capacità di diffusione della musica americana, a partire da Gottschalk per arrivare ad Adams, con maggiori sprazzi di novità in coincidenza con i due dopoguerra. Ho accettato quindi con piacere l’idea di registrare musica delle Americhe: una bellissima sorpresa è stata la musica di Guastavino; ma di sorprese ce ne potranno essere molte altre in un CD futuro». Il Maestro fa riferimento a un fattore fondamentale: la decisione nelle scelte, sia di repertorio sia tra gli stessi musicisti che, a quanto pare, si “scelgono” più o meno consapevolmente, come lo stesso Pieranunzi ha ribadito: «Credo che gli artisti in genere possano avere un po’ di sesto senso e sentono le affinità che possono esserci nell’aria. Ho sempre ammirato l’eclettismo e la capacità di Bruno di mettersi in gioco con uguale rigorosa profondità nei contesti più diversi. Il desiderio di coinvolgerlo in una collaborazione mi arrivò leggendo una sua dichiarazione, priva della spocchia che solitamente aleggia nel mondo accademico, riguardo al jazz, dove diceva, con estrema umiltà, che “Mi piacerebbe suonarlo, ma occorrerebbe una vita per imparare a farlo…”». Chissà, con un po’ di immaginazione si può pensare che prima ancora dell’incontro concreto a Napoli il duo sia nato in quel momento.

Le Americhe, in un album

Americas” è un album straordinario, nell’accezione più centrale del termine. Perché segna l’incontro tra due artisti dal valore assoluto accomunati dalla grande apertura mentale, pronti nell’addentrarsi in territori altri, con regole e modi da assimilare, farli propri e rilanciare sotto forma di espressione e rispetto della forma. La scaletta ha le sembianze di una “passeggiata musicale” per le musiche americane, dal trascinante Danzón Cubano di Aaron Copland alle pagine chiaroscurali di Milonga del ángel di Astor Piazzolla al rag Old Adam di William Bolcom. Il jazz, nel senso stretto e inteso come rielaborazione di un materiale dato, lo troviamo nell’adattamento per due pianoforti che Pieranunzi opera su I Got Rhythm, di George Gershwin, e nell’elaborazione de La muerte del ángel, di Astor Piazzolla, entrambe nate come partiture per orchestra e pianoforte. I due pianisti dialogano con misura, assumono posizioni di reciproco ascolto, di necessaria distanza o, all’occorrenza, di sovrapposizione, e il tutto torna, come fosse legato da un invisibile quanto robusto filo sonoro.

Bill Evans e gli inchiostri di china

«In questo lavoro c’è il rispetto per il testo, c’è la volontà di suonare bene la musica. L’attenzione come etica dell’estetica» ci racconta Pieranunzi, che aggiunge: «Mi vengono in mente le bellissime note di copertina scritte da Bill Evans per “Kind Of Blue” (Columbia Records, 1959), il suo paragonare il rigore mentale richiesto dall’improvvisazione alla disciplina-arte giapponese di disegnare con inchiostro di china senza possibilità di ripetere e correggere. I giapponesi che praticano quell’arte mettono interamente sé stessi nel gesto della mano, chi suona dovrebbe mettere interamente sé stesso nei suoni che le mani formano alla tastiera, sia che si improvvisi, sia che si suoni musica scritta». Pieranunzi ribadisce la sua visione unitaria dei due emisferi sonori, jazz e classica, e con “Americas” ottiene il giusto momento di fusione, trovando nel Maestro Bruno Canino una privilegiata via d’accesso, oltre che un mirabile esempio, al modo più efficace di preparare un’interpretazione classica, fatto di attenzione per i dettagli, metodo, concentrazione.

UD&JAZZ15_PIERANUNZI_CANINO_163_LdA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *