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Emanuele Cisi</br>Reportage dalla Russia

Emanuele Cisi
Reportage dalla Russia

Di Emanuele Cisi

Fotografie di Emanuele Cisi, Victor Radzievskiy, Matvey Nokhrin e Katya Vinogradova

Prologo

Sono entrato in contatto con Victor Radzievskiy nell’inverno del 2015/16 dopo averne ripetutamente sentito parlare da alcuni giovani musicisti, che erano stati nel passato recente miei studenti al Conservatorio Verdi di Torino. Dai loro racconti ero rimasto molto incuriosito sia dal personaggio sia dalle descrizioni di un paese (la Russia) tanto vasto quanto, in fin dei conti, a noi completamente sconosciuto.
Decisi così di contattarlo e capire se fosse stato interessato a cercare di organizzare qualche concerto per me. La reazione fu entusiasta: Victor aveva già visitato  a Torino in occasione di due di edizioni del Torino Jazz Festival e mi conosceva e mi stimava molto.
Mi disse che, come primo “assaggio”, avrebbe provato ad organizzare qualche concerto in alcuni club di Mosca. In realtà dopo un paio di mesi i concerti erano diventati una dozzina in molte altre città russe, e alla fine si concretizzò un tour di quindici concerti in quindici giorni!

Avrei suonato accompagnato da una sezione ritmica formata da musicisti russi – che ovviamente non conoscevo – suggeriti da Victor stesso: la pianista Natalya Skvortsova e Philipp Meshcheryakov, il contrabbassista Philipp Meshcheryakov, di San Pietroburgo, e il batterista Alexander Bozhenko, di Rostov.

 

Ero estremamente eccitato e curioso: avrei passato due intere settimane  girando per una buona porzione di Russia (che visitavo per la prima volta), unico italiano in una compagine il cui inglese parlato era tra l’altro piuttosto incerto, per usare un eufemismo. E avrei visitato luoghi che da sempre destano in me grande fascino e attrattiva.

Complici l’intraprendenza di Victor e il mio curriculum vitae (tra l’altro in passato mi era capitato più volte di interagire con Istituti Italiani di Cultura in giro per il mondo), ricevetti una lettera di invito da parte del Console italiano in Russia, e con questa mi recai all’ambasciata di Milano per ottenere il visto. Viaggiare in Russia, nonostante siamo nel 2016 e l’URSS sia un lontano ricordo, mantiene qualcosa di avventuroso: si ha ancora la sensazione di varcare la soglia di un mondo lontanissimo dal nostro, costruito anche con regole e burocrazia che in qualche modo mantengono il sapore di un antico regime.

http://naturallymadeforyou.co.uk/shop-2/page/2/?add_to_wishlist=1960 Diario russo

Espletate le pratiche necessarie, il nove maggio parto per Mosca, che mi accoglie con una temperatura sorprendentemente estiva e incontro Victor all’aeroporto. Venticinque anni, molto sveglio, una laurea in filosofia e una carriera politica volontariamente abbandonata alle spalle, instaura da subito un clima molto amichevole e informale. Si dimostrerà una presenza costante per tutta la tournée, viaggiando sempre con noi e prendendosi instancabilmente cura di ogni dettaglio organizzativo, logistico, tecnico e amministrativo. Una breve tappa in hotel e poi subito alla prima prova con tutto il gruppo. Mi trovo davanti persone di estrema gentilezza e disponibilità, di poche parole ed evidentemente molto preoccupate di dare alla musica – e al sottoscritto – il meglio possibile di loro stessi. Il programma che avevo preparato per i quindici concerti era, come mia abitudine, suddiviso tra brani miei originali e standard accuratamente scelti e arrangiati.

I musicisti si dimostrano subito preparatissimi, nonostante una non enorme esperienza nel suonare “straight ahead”; mi sembra di capire infatti, e capirò meglio col passare dei giorni, che la grande tradizione del jazz nella sua interezza ha soltanto “sfiorato” questo paese, ovviamente a causa del regime. Alcuni, pochissimi e straordinari musicisti, nei primi anni ’60 suonavano e registravano hard-bop o jazz modale, qualche altro frequentava ill tradizionale e alcuni si diedero alla ricerca più radicale, abbracciando la corrente del free e della avanguardia degli anni ’60 e ’70.
Elemento fondamentale e imprescindibile, comunque, per qualunque musicista russo, rimane la preparazione. Essendo eredi di una impressionante tradizione classica, nessuno di loro ha avuto un approccio strumentale non accademico. La musica, così come l’arte in generale, e la cultura tutta, occupano un posto di rilievo nella formazione scolastica. Tchaicovsky, Rimskij-Korsakov, Shostakovich, Prokoviev o Stravinsky sono presenze costanti e abituali nella quotidianità russa, dunque anche i musicisti di jazz, hanno ereditato l’amore e la dedizione alla composizione: scrivere musica per loro è una pratica del tutto naturale.
Natalya in particolare si definisce compositore prima che pianista, e i suoi progetti e gruppi lo dimostrano ampiamente. La sua sensibilità armonica, infatti, è notevole. E dunque è più naturalmente vicina a Bill Evans che non a Bud Powell. Philipp al contrabbasso ha una tecnica formidabile, una intonazione sopraffina anche con l’arco e una conoscenza profonda del vocabolario jazzistico. Alex, il batterista, a suo agio tanto nelle orchestre filarmoniche quanto nei gruppi salsa o fusion, ha un grande controllo delle dinamiche e del fraseggio, ed è di una generosità disarmante.

Tutto fila liscio e io, devo dire senza fare alcuno sforzo, anzi, in maniera del tutto spontanea e naturale, mi rivolgo a loro esternando la mia felicità per trovarmi lì e per aver la possibilità di condividere con loro una bellissima esperienza. Insomma, il clima è davvero ottimo.

Il nove maggio è festa nazionale, la “Giornata della Vittoria” in cui si festeggia la capitolazione della Germania nella Seconda guerra mondiale. Centro di Mosca totalmente paralizzato, parate, sfilate, discorsi, aerei che sfrecciano in cielo e una partecipazione popolare  impressionante: adulti e bambini vestono cappelli e coccarde militari, ragazze in divisa che sbandierano fuori dalle auto e via di questo passo. Si percepisce subito un orgoglio patriottico notevole e un chiaro compiacimento nel sentirsi parte di un paese grande e forte.

Dopo una prima data di “rodaggio” in un nuovo ed elegante club di Mosca, siamo pronti la prima vera gig all’Igor Butman Club. Igor è un musicista molto noto in Russia: dopo aver avuto importanti esperienze negli USA è ritornato in patria ed ha aperto un bel jazz club che è stato a lungo il punto di riferimento per i musicisti locali.

Da subito rimango molto colpito dall’accoglienza, tutti sono molto gentili ed il pubblico è attentissimo e silenzioso.

Grande successo per la data di debutto e primo assaggio, per me, di “popolarità”, con primi autografi e foto. Ma non è che l’inizio!

Il giorno successivo si parte alla volta di Chelyabinsk, città che si trova sugli Urali orientali. Primo shock e primo vero assaggio di “deep Russia”: si vola per due ore da Mosca e si atterra in una città di più di un milone di abitanti sita sostanzialmente in mezzo al nulla. Da lì, verso est, si spalancano i cancelli della Russia asiatica, della Siberia, delle immense distese coperte da neve e ghiaccio per la maggior parte dell’anno. Trasformata da Stalin in importante capoluogo dell’industria metallurgica per la fabbricazione di armi, Chelyabinsk è tuttora sede di importanti e giganteschi siti industriali, alcuni grandi quanto la città stessa!

Il tempo è meraviglioso, e un cielo limpido e blu si staglia sopra un agglomerato urbano dall’architettura variegata, fatta di case operaie tutte uguali, tipici palazzoni dell’era socialista, ma anche costruzioni moderne, inframezzate da curate chiese ortodosse e anche alcune moschee.

Ci accoglie all’aeroporto George, simpatico ragazzone dall’inglese fluente (cosa ovunque molto rara, in Russia, come avrò modo di verificare…), musicista di formazione classica (ti pareva!), contrabbassista con varie esperienze internazionali anche in Italia e negli USA, ma soprattutto volenteroso e operoso promoter del jazz in quella realtà sperduta. “Mi sono dato come missione la divulgazione e l’evangelizzazione del jazz qui da noi”, mi dice; “voglio cercare di far capire alla gente che esperienza meravigliosa può essere ascoltare e comprendere il jazz.”
Sui grandi manifesti con la mia effigie che tappezzano il centro della città (non mi abituerò a questa costante nemmeno all’ultimo giorno del tour!), sotto, in piccolo, ha aggiunto alcune “istruzioni per l’uso” del concerto, per esempio:
1) perché è importante andare ad ascoltare Emanuele Cisi – segue spiegazione e stralci del mio curriculum artistico.
2) perché bisogna sedersi il più possibile vicino al palco ed ai musicisti
3) quali sono gli elementi principali che possono aiutare ad apprezzare la performance e a comprenderne lo svolgimento.
E altro ancora.

Sono abbastanza incredulo, a lo sono ancor più quando ci rechiamo sul luogo del concerto: una sorta di locale-discoteca primi anni ’90 all’interno di una specie di piccolo centro commerciale con palestra, casinò, ecc. Interno molto dark, con pareti e palcoscenico nero, ma addobbi di luci sul grande bancone bar di buon gusto e tanti colori. Sound check con un ingegnere del suono gentilissimo (come sempre) e veloce, e poi attesa per il concerto. Inizio a capire la portata ed il significato dell’evento già dal backstage, quando vedo iniziare a circolare sempre più fotografi che mi immortalano in ogni posa possibile e chiedono ripetutamente di farmi ritratti da solo e con la band.

Quando usciamo sul palco rimango basito: locale pieno o quasi, con duecento persone assiepate intorno al palco;  subito percepisco un’attenzione e una qualità dell’ascolto fuori dal comune. Durante lo svolgersi del concerto vedo sempre più facce sorridenti che battono il tempo e applaudono generosamente. Finita l’esibizione, il buon George mi dice: “Ora vai di là con i CD, mettiamo un tavolino e ti siedi per firmarli e dedicarli.” In realtà il tavolino non si trova, ma soprattutto si capisce che quanto George aveva immaginato, cioè la classica situazione “post evento” tipica degli USA, in cui appunto il protagonista riceve il pubblico ordinatamente disposto in fila dinnanzi al suo tavolo, non corrisponde all’informalità e al disordine cui i russi sono spesso abituati. E quindi, con le braccia colme di dischi, entriamo in sala e lui ad altissima voce spiega: “Emanuele è qui, chi desidera comprare il CD avere un autografo o farsi una foto con lui, da questa parte!”. E così vengo letteralmente preso d’assalto da una folla di persone che, una alla volta, mi ringraziano in modo assolutamente sincero ed accorato per quanto avevo loro donato. Chi compra il CD, chi ne compra due copie, chi si fa fare quattro o cinque autografi, chi la foto, chi tutte queste cose insieme. Tantissimi semplicemente mi ringraziano, e quegli “spasibo” così emozionati non li dimenticherò mai. Un calore e una generosità che mi lasciano commosso e senza parole. George è soddisfatto e contento, e lo ringrazio come meglio riesco per tutto quello che ha fatto. Per me ha un valore immenso.

 

 

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Da questa prima esperienza fuori da Mosca, evinco alcune cose:

1) La Russia è immensa e le distanze immani non sono solo chilometriche: la “provincia” è una galassia popolata di mondi e culture molto lontane le une dalle altre.

2) Il pubblico ha un enorme desiderio di ascoltare e scoprire nuove musiche e culture; tuttavia non pare proprio che gli si possa propinare qualsiasi cosa purché sia; decenni (se non secoli) di abitudine alla conoscenza e all’ascolto di grandi compositori classici hanno permesso agli ascoltatori di sviluppare l’attitudine a un ascolto critico e molto attento ai valori espressivi ed emozionali della musica.

3) I russi ascoltano col cuore aperto, e se tu sei pronto ad offrire loro sono felici di ricevere. Lo senti fin dal primo istante in cui sali sul palco.

Si rientra a Mosca per un concerto in un altro bel jazz club, il Jazz Composers Union, e poi il giorno successivo… si vola nel Circolo Polare Artico, a Murmansk!

Da sempre sono un grande appassionato del nord, e alla notizia che avremmo suonato lassù avevo fatto quasi i salti di gioia. Murmansk, la più grande città del mondo (quasi 400.000 abitanti) all’interno del Circolo Polare! Quaranta giorni di notte continua in inverno e quaranta di luce d’estate, una città in realtà viva e attiva, con un porto famoso (celebre base di sottomarini) e punto di partenza di un eroico contrattacco alla Germania nella Seconda  guerra mondiale.

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Sono previsti due concerti nello stesso giorno: il primo alla filarmonica, il secondo in un club. Appena atterrati nel minuscolo aeroporto, veniamo fermati dalla polizia che non si lascia scappare la ghiotta occasione di “controllare” il mio passaporto italiano. Pur essendo in perfetta regola con visto e per di più in possesso di una lettera d’invito da parte del console italiano, vengo fatto oggetto di controlli approfonditi e una bella oretta vola via così.  Quello di diffidare dello straniero e di temere visite indiscrete sembra proprio un retaggio del regime sovietico.

Poi si va alla filarmonica, una austera ma accogliente sala anni ’60, prove del suono, passaggio ultra rapido in hotel, ritorno, veloce intervista per la tv locale (sarò trasmesso con perfetto doppiaggio russo al tg di quella sera) e inizio concerto. Victor come sempre è un autentico tuttofare: durante lo spettacolo si divide tra riprese video (in sala) e tempestive traduzioni istantanee delle mie presentazioni tra un pezzo e l’altro. Pubblico felice ed entusiasta anche qui, e gente che ci scorta salutandoci e ringraziandoci sino al nostro van che ci conduce direttamente al Rock’n’Roll Club.

Nomen omen: Harley parcheggiate, manifesti di gruppi pesantemente metal che qui si erano esibiti o lo avrebbero fatto (mi sono fatto tradurre alcuni nomi di band, e vi assicuro erano spaventosi) tra cui spiccava anche il mio, assolutamente fuori contesto, ovviamente.

Nonostante le premesse non siano delle migliori (batteria trincerata dietro ad una cortina di plexiglass e pubblico abituato a tutt’altro genere), anche qui, incredibile a dirsi, grande successo e addirittura, mentre suoniamo “Old Folks”, una giovane coppia si mette a ballare sotto al palco con tenera intimità. Scorgo a lato un gruppo di giovani signore che avevo già notato alla filarmonica nel pomeriggio; avevano apprezzato a tal punto il concerto che erano venute anche al club! Al termine, atmosfera calorosissima a dispetto della latitudine, una buona cena con pesce e poi, complice il sole di mezzanotte… gran gara di vodka, sui cui esiti e postumi sorvolerò.

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Poche, pochissime ore di sonno e di nuovo in aeroporto per rientrare a Mosca. Pur se provati ci attendeva un altro bellissimo club, l’Esse, quartier generale dei veri boppers moscoviti. Splendida acustica e ancora una volta applausi scroscianti e sinceri. Stravolti ci ritiriamo in branda.

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Giorno seguente: destinazione Tula, da raggiungere in van, tre ore circa a sud di Mosca. Bella ed elegante filarmonica, con pubblico entusiasta (mi stavo ormai abituando a queste accoglienze); il quartetto, naturalmente, col passare dei giorni si affiata  sempre più, e ormai si inizia a suonare con estrema fiducia reciproca  il programma dei concerti, che tendo a lasciare quasi invariato, salvo ogni sera sostituire uno o due brani al massimo. Natalya, Philipp e Alex si stavano rivelando ottimi compagni di viaggio, su e giù dal palco!

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Si rientra la notte stessa e il giorno dopo si parte da Mosca con un treno notturno. Date le distanze ed i collegamenti a volte non facilissimi, il treno notturno è un mezzo molto usato dai russi, che ottimizzano così i tempi di spostamento e risparmiano anche, essendo i voli generalmente più cari. Passaporti da esibire per salire in carrozza (!) e poi si prende possesso delle cuccette, piuttosto spaziose e confortevoli (ma ero in prima classe!). Si arriva al mattino seguente a Saratov, sulle rive del maestoso fiume Volga, uno dei più grandi della Russia. Dal nostro hotel, situato proprio sulla riva, vedevo il poderoso ponte che collega in quel punto le due sponde: quattro km di lunghezza! “Sì – mi spiegano – perché qui è un punto in cui è stretto…. a qualche centinaio di chilometri da qui le sponde distano quaranta km”. Ho dovuto farmelo ripetere più volte perché credevo di non aver capito bene. Quaranta km!!! Altro pro memoria per non dimenticarmi delle vastità in cui mi trovo…

Anche qui filarmonica, calore e ricettività come sempre. Nonostante sia ormai una costante, continuo ad essere incredulo di quale grado di adorazione la gente abbia per la nostra musica e il mio modo di suonare, e di quanti CD si vendono ogni sera!

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Dopo il concerto siamo invitati in un pub, sede delle jam session settimanali e ritrovo dei giovani (e, arguisco, pochi) musicisti di jazz di Saratov. Un paio di brani in jam e poi vengo amichevolmente assediato da alcuni giovanissimi musicisti che mi riempiono di domande sul jazz, sull’Italia, sul sassofono, sui dischi. E il gestore del pub, offrendomi una pinta di birra, mi dice emozionato: “In questo momento lei è il miglior sassofonista che c’è a Saratov!”. Chissà se è poi vero,  mi dico sorridendo.

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Next stop Penza: qui si raggiunge l’apice del tour, in termini di accoglienza, interesse e partecipazione. Due concerti previsti in due giorni, il primo in un elegante club, il giorno successivo nella prestigiosa filarmonica da 1.600 posti, per il Mai Jazz Festival. Credo, nei due giorni, di aver rilasciato almeno cinque o sei interviste  per radio, televisioni, giornali e chissà cos’altro. All’ingresso del club vedo su una parete un dipinto che riproduce abbastanza fedelmente la copertina del mio penultimo cd per la Maxjazz, “Where or When”. Non ci posso credere! E così tutti subito a chiedermi di fare una foto con me davanti al muro.

 

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Il giorno dopo, la vastità e la bellezza della sontuosa filarmonica mi coglie di sorpresa, dato che non mi ero recato al sound check per sovrabbondanza di interviste e per poter partecipare con grande piacere come ospite in un pezzo con la bravissima vocalist Anna Lukshina, che si esibiva su di un palco all’aperto proprio davanti alla venue un attimo prima del nostro concerto, davanti ad un folto pubblico eterogeneo ed attento. Quando dunque esco sul palco rimango sbigottito nel vedere quella meravigliosa e immensa sala, moderna e super attrezzata e arredata, quasi completamente piena!

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Si finisce, breve stop all’hotel, e poi via, in minibus, insieme ad altri musicisti che si erano anch’essi esibiti al festival, diretti a una stazione ferroviaria sita a due ore di auto. Alle tre del mattino saliamo, in mezzo ad una folla variegata, su un treno notturno (questa volta assai più spartano), che ci riporta a Mosca. Arrivati e subito recapitati in  aeroporto, in mezzo ai deliranti ingorghi del traffico moscovita, per prendere il volo per Kaliningrad.

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Kaliningrad: enclave russa nella vecchia Europa, la città più ad ovest della Federazione, situata sul Mar Baltico. Mi era stato anticipato, ma rimango comunque  sorpreso dalla assoluta diversità: atmosfera, architettura, colori e suoni. Sembra di essere in un altro paese. Niente spianate con enormi palazzi del governo (i nostri municipi) e gigantesca statua di Lenin, niente casermoni sovietici dell’era socialista. Grande eleganza e sobria cura dei dettagli, a testimonianza del fatto che siamo relativamente vicini ai confini con Polonia e Lituania. Si suona in un elegante club, molto ben organizzato e tutto esaurito (ancora una volta!), e di nuovo  realizziamo  un bellissimo concerto.

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Si riparte in aereo alla volta di San Pietroburgo: due concerti in club in due giorni. Questa è la vera capitale culturale della Russia, una sorta di museo all’aria aperta. La quantità di edifici meravigliosi e architetture splendide mi fanno subito stare bene, e mi rendo conto di trovarmi in uno dei cuori più importanti della storia dell’Europa e della Russia. Una luce speciale e romantica (le celebri notti bianche non sarebbero tardate) avvolge il paesaggio urbano e la Nieva con i suoi canali, contribuendo alla magia del luogo. Fiumane di turisti, ovviamente, e finalmente non troppa difficoltà di comunicazione, dato che qui molti parlano inglese. Sembra davvero un’altra Russia ancora diversa.

 

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Dopo il secondo concerto al Dom 7 club ci aspetta un altro treno notturno, per il rush finale: senza stop dovremo infatti riguadagnare la volta di Mosca per poi ripartire subito in van per Yaroslavl, ultima città del tour.

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Arriviamo stravolti alla filarmonica, mi aspetta subito un intervista per la tv e poi il sound check: niente riposino, ma giusto il tempo di comprare un paio di bottiglie di ottima vodka da portare a casa. Qui vivo una delle esperienze  chi mi hanno toccato di più dell’intero viaggio: nei camerini, appena terminato lo spettacolo, si presenta una signora (un’artista localeì, mi avrebbe spiegato Victor) con un regalo per me. Si tratta di un bambolotto a mia immagine e somiglianza, barba e sassofono compresi, fatto e dipinto da lei, con i vestiti cuciti a mano! Anche la scatola, bellissima, è artigianale e fatta appositamente. Me lo porge ringraziandomi commossa per la musica che avevo offerto quella sera e devo ammettere che mi sono venuti i lucciconi.

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Salutare i miei compagni è stato quasi faticoso, dato il tempo intenso e costante trascorso insieme in queste due settimane. Si sono certamente stabiliti dei legami musicali e di vera amicizia che resteranno per sempre.

Un’esperienza esaltante, istruttiva e indimenticabile. Di quelle che probabilmente solo facendo un lavoro come il nostro possono capitare. Ho scoperto, intravisto e percepito un’altra – enorme –  parte di mondo che non conoscevo per nulla, e torno a casa con la piena consapevolezza di avere dato tanto e ricevuto di più.

http://natalieglasson.com/honouring-your-faces-of-love-by-the-celestial-white/ Intervista a Victor Radzievskiy

http://epmarketing.co.uk/wp-cron.php?doing_wp_cron=1564723214.6843290328979492187500 Come hai iniziato a fare questo lavoro, e come sei venuto in contatto con musicisti di jazz italiani?
Ho iniziato a lavorare nel mondo del jazz solo quattro anni fa. Ma ho scoperto questa musica molto presto, nella mia infanzia: collezionare dischi era infatti la mia passione. Non ho fatto studi musicali, ma mi sono laureato in filosofia all’Università Umanitaria Russa (a San Pietroburgo); i miei genitori ascoltavano molto jazz e musica classica, e ho deciso che questa sarebbe stata la mia vita: aiutare la vera Arte ad esistere, perché questo aiuta le persone a interrogarsi maggiormente sui misteri dell’essere umano e dell’universo che lo circonda.
La Musica: il mezzo perfetto per comunicare con Dio, inteso nel più ampio senso del termine. Insomma, ho trovato il modo di combinare insieme i miei due più grandi interessi, la musica e la filosofia.
Insieme al mio collega Genadiy Lulin – un programmatore informatico – abbiamo creato Radio 1 jazz.ru, attualmente il più importante portale web di tutta la Russia dedicato al jazz, con più di 185.000 followers. E ciò che è più importante per me, il 65% di questi sono giovani tra i sedici e  i trentacinque anni, cioè… i miei coetanei! Subito mi sono attivato come agente, nel tentativo di promuovere e proporre la musica di giovani artisti ovunque fosse possibile, organizzando piccoli festival e anche insegnando storia ed estetica del jazz alla scuola di musica del C Jam Club. Rapidamente ho trovato un giusto equilibrio tra un idealismo e le strategie di mercato, il modo di guadagnare soldi e promuovere questa nuova arte allo stesso tempo. Sapete, in Russia questo è davvero difficile… molti dei miei colleghi non ci credevano, ma invece iniziò subito a funzionare e ora ho la netta sensazione, dopotutto, di poter fare tutto!

Ho iniziato a lavorare con musicisti italiani dopo aver incontrato quelli che sono diventati dei veri amici, la gipsy band Accordi & Disaccordi, che mi suggerirono di provare ad organizzare loro un tour in Russia. Da allora glie ne ne ho organizzati  tre, di cui l’ultimo  di quarantacinque giorni con quarantuno concerti in grandi sale da concerto e festival. Abbiamo viaggiato attraverso l’intera Russia, da Mosca a San Pietroburgo, fino all’estremo oriente, ai confini con gli Stati Uniti e il Giappone. 11.000 km attraverso tutto il paese, suonando su palchi di club, filarmoniche, teatri, un’avventura incredibile. Poi fu la volta del gruppo di jazz contemporaneo di Andrea Manzoni e Andrea Beccaro, e per finire tu, l’incredibile Emanuele Cisi! Sono felice che ora non più solo i russi, ma anche artisti di altre nazioni come l’Italia, credono in me e nel mio lavoro.

http://kassnermusic.com/Songs/Song5517?MIDNIGHT-DUST Hai dunque sperimentato tour con diverse tipologie di musicisti, stili e approcci: puoi descriverci le reazioni del pubblico russo a seconda del genere e dei musicisti?
Purtoppo il pubblico russo ha una scarsissima conoscenza del jazz: per tutto il XX secolo si è interessato quasi esclusivamente alla tradizione classica europea e naturalmente russa. Ma questo non è affatto strano: nell’Unione Sovietica il jazz era proibito e i pochi musicisti che vi si dedicavano lo facevano segretamente, temendo di essere scoperti dal sistema di polizia, che li avrebbe accusati di simpatizzare con gli Stati Uniti. Negli anni ’70, dopo i tour di Benny Goodman e Duke Ellington, le cose iniziarono a cambiare e si moltiplicarono i talenti musicali; continuò però ad essere difficilissimo lo scambio con musicisti esteri, e viaggiare  era impossibile. Con la scomparsa dell’URSS, nel 1991, i musicisti cominciarono ad integrarsi nella comunità mondiale, ma erano pur sempre inadeguati e non sufficientemente attrezzati. Oggi gli europei non sanno nulla del jazz russo e  il pubblico russo non sa nulla delle ultime tendenze europee, si conoscono sempre e soltanto i grossi nomi e ovviamente i musicisti classici. I media russi ignorano completamente il jazz perché  non vedono alcun tipo di profitto, e dunque la situazione si evolve con grande fatica e lentezza.
Posso però affermare con certezza che il pubblico russo è molto sensibile di fronte alla sincerità e all’amore per l’arte. Partecipa ai concerti e percepisce il valore artistico in profondità, non fermandosi in superficie. La maggior parte degli ascoltatori ama il  mainstream o lo smooth jazz, ma molti si entusiasmano quando sentono qualcosa di inusuale per loro, come il jazz contemporaneo o l’avanguardia. Ma questi generi vengono regolarmente boicottati dal business, perché si pensa siano troppo difficili per essere fruiti e dunque i concerti vengono disertati.

Secondo te come viene  recepito il jazz dal pubblico russo?
Come qualcosa di misterioso e insolitamente complesso allo stesso tempo, qualcosa di estraneo alla cultura russa. Spesso la gente si sorprende quando spiego loro che molti grandi jazzisti o compositori come George Gershwin, Benny Goodman, Dave Brubeck, Stan Getz avevano le loro radici in Russia o in paesi limitrofi. E anche quando dico che l’influenza che ebbero sul jazz Stravinskiy e Rachmaninoff è stata enorme. Certo, c’è qualche vero jazz fan, ma si tratta di una minoranza, soprattutto nelle provincie; cercano di supportarsi l’uno con l’altro e di scambiarsi informazioni. Spesso era la gente di età più avanzata che ascoltava jazz in URSS. Ma oggi ci sono molti giovani, soprattutto intellettuali, che vogliono ascoltare materiale diverso da quella che le radio e le tv offrono loro. Questo è il mio pubblico, è a loro che mi rivolgo e sono felice di lavorare per loro. Essi considerano il jazz una forma d’arte contemporanea che, a differenza di altre, si evolve senza sosta, armonicamente e ritmicamente; è per loro un modo di esplorare la musica non solo come un divertimento, ma come una forma d’arte vera e propria.”

Raccontaci la scena jazzistica russa.
La maggior parte dei musicisti tende a ripetere e replicare i grandi del passato, senza ovviamente essere meglio dell’originale. Funziona per le jam session, ma non per i concerti importanti. Sono artisticamente immobili e non intendono sviluppare nulla; inoltre, spesso condizionati dall’ambiente circostante, diventano cinici e vedono il loro lavoro unicamente come un modo per “guadagnarsi la pagnotta”, e pensano solo in questi termini. Un po’ triste. Alcuni di loro suonano quasi esclusivamente in feste private oppure lavorano con cantanti o suonano “smooth”, tutte realtà che a discapito della qualità producono un guadagno di gran lunga maggiore. I jazzmen russi guadagnano molto meno rispetto ai loro colleghi europei, e quindi cercano una vita migliore. Posso capirli, ma non li rispetto. D’altro canto però non posso biasimarli perché il nostro paese non è in grado di offrire loro opportunità reali di promozione e di misurarsi l’un l’altro: non esistono quasi produttori, né agenzie di booking, né alcun tipo di supporto del governo o delle istituzioni.

Ma non voglio essere solo pessimista: la situazione si evolve di anno in anno, lo dicono i musicisti stessi. Il jazz sta lentamente entrando nell’industria musicale, e credo che presto o tardi farà parte a tutti gli effetti della nostra vita culturale.

Nonostante la situazione attuale, alcuni musicisti si danno da fare per esplorare in profondità e cercare un loro suono, traendo ispirazione dalle loro radici legate alla musica russa classica e folk. Non è importante lo stile, sia esso straight ahead, third stream, contemporaneo, fusion… è semplicemente parte della loro natura di artisti  misurarsi con qualcosa di nuovo. E questi, per me, sono i musicisti che stanno formando la nuova realtà musicale. Cercano nuove risposte e guardano a nuovi orizzonti, barcamenandosi tra i lavori nel pop e nella musica commerciale e i loro progetti personali. Il Live People Ensemble, ad esempio, di cui sono produttore e agente da tre anni; o altri gruppi del genere, che non si danno facili risposte, insomma.

Phentermine Online Nz Lavori sostanzialmente da solo, svolgendo tutte le mansioni, dal booking agent fino al tour manager; credi che potresti ampliare ed implementare il tuo network lavorativo in Russia, se avessi una agenzia più strutturata?
Sì, faccio tutto da solo! Ho ventisei anni e spero di essere solo all’inizio di un lungo viaggio. Cerco di usare il mio background scolastico, le mie esperienze di vita anche internazionali, insieme a strategie di business moderno, per cercare di influenzare l’ambiente del jazz;  anche attraverso Radio Jazz.ru, e la VR Jazz Booking Agency, che sta nascendo e che funzionerà da riferimento per il management per i musicisti non solo russi, ma di tutta Europa. Charles De Gaulle disse: “Scegli sempre la strada più difficile o non saprai mai cos’è la competizione.” Ed è esattamente ciò che sto provando, anche se spero di vedere presto altri giovani come me cercare di fare altrettanto. Sarò felice di consigliarli o anche di collaborare insieme a me, se lo vorranno. Al momento sono solo al posto di comando e vedremo come si evolverà la situazione: ovviamente non posso chiedere a nessuno di lavorare gratis! Sto incominciando ad avere qualche assistente e sto imparando a delegare e fidarmi; non è facile quando sei abituato a lavorare da solo, ma per me è un nuovo passo e una sfida interessante. Sono sicuro che a breve il mio lavoro cambierà in meglio, per quantità e qualità!”

http://englandfootballblog.com/posts/leeds-2-1-burnley-daily-mirror-match-report/ Ti interessa espandere il tuo lavoro fuori dalla Russia? In quali paesi?
Naturalmente!  Per ora ho molte opportunità di organizzare tour di un mese invitando artisti stranieri; ma esportare e promuovere artisti russi sulla scena europea è ancora molto difficile. Il mio obbiettivo dei prossimi anni è quello di portare ai fan del jazz europei i migliori progetti russi, integrando così i miei artisti nella grande famiglia del jazz mondiale. E l’Italia è una terra che amo così tanto! Ho numerosi amici musicisti che ho invitato, e ne ammiro il talento e il sincero amore per l’arte. Voglio tentare di creare più occasioni di scambio e collaborazione tra le scene musicali dei nostri due paesi; sarebbe una bellissima esperienza per tutti! E poi naturalmente mi auguro che il mio lavoro si espanda oltre, negli Stati Uniti, in Cina, in Giappone. Se tutto questo non dovesse avvenire, mi spegnerò  poco a poco…”

http://roxannapanufnik.com/Msailling/bjc2lq.asp>カメラ Come descriveresti il tour che abbiamo fatto insieme?
Qualcosa di meraviglioso! Ho incontrato un uomo straordinario e dal talento eccezionale, un vero “impressionista”, con un gusto nella composizione davvero unico, in cui riesce ad inglobare il senso del mondo intorno a sé. Che musicista! Ogni nota suonata ha un senso, non c’è nulla di sprecato, nel tuo modo di suonare. Ogni assolo èuna storia, piena di esperienza, elegante sarcasmo e ironia, grande intelligenza, profondo rispetto per la tradizione e la cultura del jazz, e della sua filosofia. Per me, un giovane agente esordiente, è stata un’esperienza impagabile che conserverò per sempre nella mia memoria.
Altri fattori molto importanti per il successo del tour sono stati la completa armonia e comprensione reciproca tra tutti i membri della band. Grazie a questo si è creata una specie di atmosfera magica, che permetteva sera dopo sera ai musicisti di dare il loro massimo.
E poi recensioni entusiastiche, così come le reazioni del pubblico e di tutti i promoter delle sale da concerto dove siamo stati. Molti di loro hanno già prenotato una data per il prossimo tour!

Intervista a Natalya Skvortsova

Phentermine Where To Buy In Canada Natalya, parlaci del tuo background musicale e di come hai scoperto il jazz.
Ho iniziato i miei studi musicali all’età di cinque anni, in una normale scuola di musica; ho poi proseguito gli studi all’Università di Medicina Statale di Gnessin, studiando teoria e composizione classica, scoprendo il rock progressivo e altre espressioni di arte contemporanea. Il jazz entrò nella mia vita solo più tardi, nel 1995, quando entrai alla Facoltà di Musica Improvvisata di Mosca, dove successivamente mi laureai. Lì, grazie ai miei professori ed ai miei compagni di corso, iniziai ad ascoltare il jazz, e il primo grande shock fu l’impatto con John Coltrane.

Sei leader di progetti musicali tuoi; riesci a promuoverli a sufficienza nel tuo paese?
Il mio principale gruppo si chiama Live People Ensemble, al quale si affiancano altri progetti. Lo stile? Lo definirei “Jazz Contemporaneo d’Autore”, con influenze di fusion ed elementi di musiche tradizionali russe. I media di settore, anche a Mosca, tendono ad ignorare questo tipo di musica, e nelle provincie lontane la situazione è anche peggiore; di conseguenza il pubblico non ha possibilità di conoscere e venire in contatto con questo stile. Il nostro pubblico è prevalentemente costituito da persone colte, interessate alle forme d’arte contemporanea. Purtroppo i concerti sono pochi e scarsamente affollati…questa musica non viene programmata nei festival, non entra nei circuiti commerciali usuali, e noi dobbiamo sempre competere con musicisti che propongono un jazz  “easy listening” e “smooth”. Penso che la musica che suono io godrebbe di maggior successo e attenzione in Europa, dove avete una tradizione per questi generi sviluppatasi da molto tempo, e gode di un pubblico più ampio.

Do You Need A Prescription To Buy Phentermine Cosa conosci del jazz italiano?
Grazie a Victor Radzievskiy, produttore del mio Live People Ensemble e giornalista, che negli ultimi anni si sforza di proporre in Russia molti artisti italiani e si prodiga per tentare di stabilire scambi culturali tra i nostri paesi, ho conosciuto alcuni jazzisti italiani: Accordi & Disaccordi, il pianista Andrea Manzoni, e lo straordinario Emanuele Cisi, con cui abbiamo da poco concluso un bellissimo tour. Tutti questi musicisti sono eccellenti e con alcuni di loro (per esempio il batterista Andrea Beccaro) siamo divenuti ottimi amici e abbiamo dato vita insieme a nuovi progetti, anche discografici.

http://epmarketing.co.uk/wp-cron.php?doing_wp_cron=1564700548.7274270057678222656250 Lavori  anche in qualità di sideman o meglio sidewoman?
Sì, faccio parte di numerosi progetti in diversi stili: jazz vocale,fusion, straight ahead, etno, progetti elettronici e classici e perfino flamenco. E sono sempre felice e disponibile ad accettare proposte di collaborazione per concerti o registrazioni, qualunque sia lo stile propostomi.

Come descriveresti  il nostro tour?
Tantissime emozioni positive e un’esperienza davvero impagabile! Quello che abbiamo suonato era denso di una sincera emozione, iscrivibile nella tradizione mainstream ma con un volto tutto suo, unico. Ho trovato la tua leadership molto immaginativa, molto professionale  e originale. E l’atmosfera tra noi tutti, durante l’intera tournée, è stata sempre piacevole e rilassata; il che, per me, è molto importante per favorire la creatività.

http://kassnermusic.com/Licensing?SongCode=18147 Qual è attualmente il progetto su cui sei maggiormente concentrata?
Il mio Live People Ensemble, fondato sette anni fa; viene comunemente definito un gruppo di jazz contemporaneo, ma io preferisco chiamare il nostro stile “musica russa improvvisata”, dato che non utilizziamo solo le tecniche caratteristiche del jazz e della sua tradizione accademica
internazionale, ma anche elementi della musica folk russa. I brani sono di mia composizione, ma anche gli altri musicisti della formazione scrivono, e abbiamo anche arrangiamenti molto particolari di alcuni standard. La formazione può variare dal duo al sestetto, a seconda delle occasioni, e inoltre spesso collaboriamo con importanti jazzisti russi; con alcuni di loro siamo ormai in grande empatia, e il nostro repertorio è divenuto loro familiare. Allora ci concentriamo soprattutto sull’aspetto espressivo, cercando di renderlo sempre più colorato ed emozionante, e di trasmettere il più chiaramente possibile all’ascoltatore l’immagine, l’atmosfera e i contenuti delle composizioni per ciò che esse rappresentano musicalmente per noi. L’Ensemble si esibisce regolarmente in alcuni festival, ed ha già registrato tre CD. Non mi stancherò mai di ringraziare abbastanza Victor Radzjevskim, veramente uno dei pochissimi manager che si arrischia a proporre jazz contemporaneo e a inserirlo nel business del panorama jazzistico consueto. Negli ultimi anni sembra che la situazione tenda a migliorare e vedo sempre più musicisti dedicarsi a stili simili al nostro. Sono fiduciosa che presto questa musica verrà sempre più ascoltata dal pubblico europeo e statunitense. E molti appassionati di jazz saranno sorpresi nel sentire che i musicisti russi possono contribuire fortemente a dare una nuova identità a questo genere.