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Doctors In Jazz <br/>Intervista a Danilo Pala e Giorgio Diaferia
Photo Credit To Leonardo Schiavon

Doctors In Jazz
Intervista a Danilo Pala e Giorgio Diaferia

28 agosto 2018

Si chiama I’ll Remember Bird  il nuovo album del quartetto Doctor In Jazz, guidato da Giorgio Diaferia alla batteria e Danilo Pala al sassofono; li abbiamo intervistati.

Di Eugenio Mirti

Il vostro è in realtà un doppio quartetto: come mai questa scelta?
Giorgio Diaferia /  In realtà tutto è nato con John Donaldson alcuni anni fa: dopo un concerto insieme John manifestò l’interesse di continuare a fare degli esperimenti musicali in Italia e pensai di farlo incontrare con Danilo, perché trvoavo una grande affinità musicale; decidemmo così di imbastitre un gruppo per il festival Jazz di Avigliana 2017. Non sempre però è facile avere ospite un piansita londinese nei club italiani, e quindi abbiamo trovato una altrnativa ritmica, Fabio Gorlier al pianoforte e Saverio Miele al contrabbasso. Il repertorio è lo stesso, principalmente quello di Charlie Parker. Nel CD abbiamo così nove brani con John e un brano con la ritmica italiana (che sono due nella versione in streaming online).

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Danilo, in un omaggio a Parker il ruolo principale è naturalmente quello del sassofono.
Danilo Pala / Ritenevo opportuno dopo tanti anni da carriera omaggiare questo maestro, che è ancora il mio punto di riferimento; sono nato con la sua musica e l’ho studiato nei minimi dettagli; ancora oggi tutte le volte che lo ascolto mi commuovo, per me non esiste ancora nessuno che abbia trasmesso quello che Parker ha dato. Compongo anche musica mia e ho una serie di brani che magari registreremo con questa formazione, sempre inerenti a questo tipo di linguaggio. Per quanto il jazz sia stato estremizzato il bebop resta sempre – per me – il cuore pulsante di questa musica; le possibilità che lascia di esprimersi come improvvisazione ed espressività sono uniche.

Cosa insegna ancora Parker oggi?
GD / DI questo tipo di musica ho sempre studiato la scansione ritmica che è apparentemente molto semplice, porta il tempo in un certo modo, ma è terribilmente difficile da fare; alcuni dei grandi batteristi come Max Roach, Philly Joe Jones, Roy Haynes sono stati a loro volta dei maestri e precursori.  La lezione ancora attuale è quella che nella semplicità della scansione ritmica sta la pulsazione del bebop.

Come avete scelto i brani del disco?
DP /  In base all’importanza storica che hanno avuto nell’evoluzione dell’espressività di Parker: brani come Confirmation, My Little Suede Shoes, The Song Is You… sono tutte composizioni che hanno dato una importanza storica a questo linguaggio.

A chi si rivolge questo disco?
GD / Registrare un disco di bop nel 2018 è stata una sfida mia e di Danilo che abbiamo affrontato per due ragioni; la prima è perchè siamo docenti e ci dispiace verificare come una parte del jazz, quello degli  anni 40 e 50 sia un po’ dimenticato; in secondo luogo ci piacerebbe arrivare ai grandi festival, riteniamo di avere creato un quartetto estremamente affiatato nell’interpretare il bebop attualizzandolo ai tempi di oggi e pensiamo che sarebbe bello che nel mix di generi musicali proposti tornasse prepotentemente questo genere.

Quali sono i vostri prossimi progetti?
DP / Registreremi dei brani nostri: ho scritto già tutto il materiale, si tratta di una ventina di titoli pronti per essere suonati.

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