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Djarabi<br/>Intervista a Mattia Barbieri
Photo Credit To Leonardo Schiavone

Djarabi
Intervista a Mattia Barbieri

24 agosto 2018

Mattia Barbieri è uno dei più importanti batteristi italiani; l’abbiamo intervistato a Torino in occasione dell’uscita del suo primo disco da leader Djarabi.

Di Eugenio Mirti

Che cosa significa il titolo?
Djarabi vuol dire amore in una lingua africana; quando l’ho scelto non lo sapevo, mi piaceva il suono della parola.

Come mai questa esigenza di realizzare un disco da leader?
La storia dell’album è abbastanza travagliata; è nato nel 2008, quando con la mia compagna aspettavamo un bambino (il secondo pezzo è infatti una ninna nanna dedicata ai miei figli). Diventare padre mi aveva toccato e avevo l’esigenza di esprimere queste emozioni. Con stefano Risso siamo compagni di viaggio da anni, con Max Carletti all’epoca suonavamo molto insieme, e con Mirco Mariottini avevamo una amica in comune e l’avevo così conosciuto, mi piace molto il suo stile. L’abbiamo registrato nel 2008 in un pomeriggio, un classico day off: abbiamo fatto i suoni al mattino e registrato al pomeriggio, credo che metà delle tracce siano una prima take, una vera e propria fotografia di un momento. Poi è rimasto nel cassetto per anni, per tanti motivi; il principale è legato alla morte di mio padre; era ammalato da anni, non l’aveva mai ascoltato e l’ultima sera all’ospedale mi chiese  di ascoltarlo. Così ci mettemmo una cuffia a testa, lo ascoltammo, e sulla ninna nanna si addormentò e non si svegliò più. Una esperienza forte, insomma.
Mi sembrava  valesse  comunque la pena farlo uscire, piace molto a chi lo ascolta, ed è un regalo e un omaggio a mio papà, che per me ha fatto tutto quello che poteva fare, ed anche un regalo per me e per tutti quelli che mi vogliono bene.

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Farai un secondo disco?
Sì, l’esperienza mi è piaciuta molto, non so quando e cosa, sono impegnato in molti progetti; cerco sempre di fare in modo che il mio ruolo da sideman  abbia un apporto molto personale, con il rischio di essere chiamati meno, non sei adatto a tutte le situazioni. Ma mi piace cercare di dare la mia parte. Un noto gruppo italiano pop qualche anno fa non mi scelse perché ero troppo  personale: da un lato è un peccato, dall’altro lato è un bellissimo complimento.

Quali sono i tuoi prossimi obiettivi?
Essere in continua ricerca; ho fatto molti sacrifici  per arrivare qui, ho iniziato a fare il cuoco a quattordici anni e ho sempre lavorato almeno  il sabato sera e la domenica a pranzo fino ai diciannove anni,  d’estate facevo le stagioni per guadagnare i soldi che i miei non avevano per pagare strumenti, lezioni e seminari. Quando anni fa vedevo persone più giovani che avevano fatto più cose di me un po’ di invidia e rabbia c’erano, ma credo che poi alla fine le occasioni si presentano, il treno passa per tutti. Se hai voglia di buttarti le cose succedono.

Un sogno che vorresti realizzare?
Uno dei tanti sogni è suonare con Lionel Loueke, perché questo disco ha delle sonorità che si avvicinano a quelle dei suoi progetti, ovviamente inconsapevolmente perché è stato registrato prima dei suoi dischi; credo ci sia molta affinità, penso che se suonassimo insieme succederebbe qualcosa di bello.

Sei anche fotografo, come è nata questa passione?
L’ho ereditata da mio padre, le foto di questo disco sono mie; da musicista riesci ad entrare dentro la musica in un altro modo rispetto a quando sei spettatore. Ho poi un progetto mio di scatti realizzati dal punto di vista del set della batteria, durante i sound check in generale (e in qualche concerto nei momenti in cui non suono). E poi ho un altro progetto ispirato allo studio della luce del Caravaggio, sono immagini molto contrastate con luci molto strette per illuminare solo una o più parti che mi interessano del soggetto; immagino pittura, fotografia e musica  come se ci si trovasse in una stanza totalmente buia e quando decidi di dare un colpo di pennello, scattare una foto o suonare qualcosa è come se in quel momento si accendessero delle luci.

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