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Continuing Adventures #14</br>The Afrobeat Accident

Continuing Adventures #14
The Afrobeat Accident

«L’invenzione non è una creazione dal nulla, bensì dal caos»

Mary Shelley

Si è di recente svolto nella mia città, Torino, il meraviglioso festival che si chiama Jazz:Re:Found. Sospetto che i più intransigenti jazzofili dell’orbe terracqueo griderebbero allo scandalo nel sapere che le proposte di questa meravigliosa kermesse sono state catalogate sotto la parola jazz, ma proprio per questo motivo codesto festival, giunto alla nona edizione, ha in me sempre suscitato moltissimo interesse. Lungi da me tediarvi qui su cosa sia jazz o no: ne parlai abbastanza approfonditamente nella prima puntata di questo blog; vorrei ora  invece raccontarvi della mia serata di sabato sera 10 dicembre.

Intanto devo presentarvi Annalisa Di Rosa, che lavora tra le altre cose presso un ufficio stampa che si chiama Libellula, e che definire gentile è dire poco, così come i suoi colleghi. In secondo luogo devo comunicarvi che il festival presentava tre appuntamenti assai intriganti per me, in un mare di proposte comunque significative, il primo dei quali era costituito dall’unico concerto italiano dei De La Soul. Il secondo appuntamento imperdibile era la tappa torinese dei GoGoPenguin, che per altro avevo intervistato quest’estate per Jazzit. E l’ultimo appuntamento epico era il concerto di Tony Allen, batterista storico di Fela Kuti, sostanzialmente l’inventore dell’afrobeat, un genere per l’appunto africano che ha ammaliato alcuni dei più grandi jazzisti di tutti i tempi.

Stante la trasversalità musicale del tutto, e consapevole del fatto che più variabili inverosimili si mettono in un singolo sistema più è probabile che se ne verifichi il collasso o che nasca qualcosa di significativo, mi venne in mente un’idea interessante.

Dovete sapere che mia moglie Cristina pratica e insegna yoga. La sua lezione fissa del martedì sera si svolge in Val di Susa, e tra i suoi partecipanti troviamo Luca Vicini, che i più conoscono per suonare il basso con i Subsonica, ma che è anche un grande produttore pop, mountain biker e amante dell’esoterismo e di Georges Gurdjeff. Poiché d’altra parte la mia mamma si occupa di astrologia, e io per canto mio per approfondire il mio studio del cinese leggo libri sul DaoDeJing da sempre, oltre che aver imparato per osmosi da Cristina cinque o sei frasi fatte sul buddhismo (tutto è illusione, amici), ecco che nel corso del tempo ci siamo conosciuti e poi visti di tanto in tanto per parlar di tutti questi argomenti, che sono generalmente più interessanti del derby cittadino, per fare un esempio.

Insomma, maturai l’idea che andare a vedere i concerti di cui sopra insieme a uno dei protagonisti del pop – e non solo – italiano poteva essere un brillante modo di affrontare il Jazz:Re:Found Festival e la sua trasversalità.

Detto fatto, Annalisa e Libellula disponibilissimi organizzano tutto, Luca si rende volentieri disponibile a partecipare alla mia follia, quando due o tre divinità minori si mettono contro la nostra scorreria: scopriamo così che i De La Soul hanno fatto saltare il concerto torinese e che Chris  Illingworth viene trattenuto a Parigi per un virus e quindi anche il concerto dei GoGoPenguin ci sfuggirà.

Fortunatamente Tony Allen è in salute e quindi ci troviamo alle  21.15 del 10 dicembre davanti al CAP10100, un bel club vagamente londinese realizzato in una palazzina liberty prospiciente il fiume Po. Siamo alla fine dell’autunno, il freddo e l’umidità mordono, in questa parte di città c’è quell’atmosfera magica che si respira in “Profondo Rosso“ di Dario Argento, fortunatamente questa sera senza sgozzamenti.

Io sono un po’ nervoso perché Leonardo Schiavone, il fotografo che mi accompagna sempre in queste incursioni, per un problema logistico non può raggiungerci e quindi mi toccherà fare le foto. Solo che Leo di solito si insinua come un’anguilla tra la folla e ragionevolmente dopo cinque minuti lo vedi strisciare dentro la cassa della batteria mentre scatta, o appeso per i piedi alla quinta che fa una panoramica dall’alto, sorta di drone umano modello Mission Impossible; io invece manifesto più l’aplomb sabaudo di quello che si mette in fondo e osserva immobile la folla, memore dell’adagio bukowskiano per cui il miglior spettacolo è la gente ed è perfino gratuito.

In ogni caso entriamo e parte la musica. Il piacere di sentire un concerto di questo genere con un musicista bravissimo è abbastanza meraviglioso. Notiamo innanzitutto il pubblico, giovane e numeroso, ottimo segno.  Io e Luca cerchiamo di capire alcuni dettagli come tipo di chitarra (Telecaster), tipo di basso (Jazz Bass con manico in palissandro), effetto del basso (non abbiamo appurato se un octaver sui bassi o un raddoppio di sinth), costruzione generale dei brani, atmosfere, etc. Insomma, un piacere nel piacere perché di fatto questa musica è tosta senza essere prepotente, un misto tra Fela Kuti, i Talkin Heads, Brian Eno, Bob Marley, Miles Davis etc.
Musica modale ma evidentemente molto ben arrangiata e provata, perché ricca di sezioni fiati, unisoni, temi e controtemi che ricorrono; particolare il playing di Allen: di fatto il tempo è tenuto da basso, chitarra e tastiera mentre lui fraseggia, e infatti il commento più divertente è stato “terzine larghe come se non ci fosse un domani“!

Usciamo dal concerto abbastanza colpiti; Luca mi dice che è sempre un piacere assistere a uno spettacolo del genere perché torna a casa con ancora più voglia di suonare e riappacificato con la musica. Dal canto mio io appena tornato à la maison inizio una ricerca su Fela Kuti e Africa 70 che ha trasformato la mia magione in una sede alternativa dell’ambasciata nigeriana per alcuni giorni.

Buon ascolto e long live Tony Allen!

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