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Chiamate Napoli… 081
Intervista a Marco Zurzolo

Chiamate Napoli… 081</br> Intervista a Marco Zurzolo

13 marzo 2017

Il compositore e sassofonista partenopeo Marco Zurzolo ha realizzato “Chiamate Napoli… 081” (Itinera, 2016), l’album in cui denuncia le problematiche e mette in risalto l’attuale situazione sociale della sua città, dalla quale trae forza e ispirazione espressiva: lo abbiamo intervistato.

di Roberto Paviglianiti

Quali sono i motivi che ti hanno portato a realizzare “Chiamate Napoli… 081” (Itinera, 2016)?
Sono legato a diversi generi musicali, e per ottenere un suono identificabile lavoro molto sulla mia tradizione, quindi sulla tradizione napoletana. Credo nell’importanza delle proprie radici, e scimmiottare il jazz americano, fine a se stesso, penso sia controproducente. Volevo rendere l’idea della Napoli di oggi, una città molto forte, che potrebbe essere competitiva con il resto del mondo. Il titolo ricorda il brano omonimo cantato da Mario Merola, e mi fa venire in mente un periodo storico al quale sono molto legato. Abbiamo una tradizione straordinaria, e penso che Napoli meriti più rispetto e attenzione da chi la osserva da lontano.

Come hai ottenuto il suono che ascoltiamo nel CD?
Ho mantenuto il “colore” della mia città, ma per essere al passo con il resto del mondo ho pensato a una sonorità più moderna. C’è il quartetto jazz con pianoforte, contrabbasso e batteria, ma anche un lavoro importante di manipolazione realizzato in postproduzione da Piero De Asmundis, senza però aggiungere parti elettroniche. Lo abbiamo registrato in due giorni e impiegato due anni per realizzare quello che avevo in mente.

I titoli dei brani richiamano problematiche e situazioni sulle quali puntare l’attenzione?
Sì, come per esempio Terra infuocata, che è riferita alla triste vicenda della “terra dei fuochi”. Non solo lì, ma anche in tante altre parti del mondo, si compiono dei disastri vergognosi riguardo la produzione di generi alimentari. Oppure Orme di mandorle, dove mi riferisco alla massiccia presenza della comunità cinese anche nei quartieri storici di Napoli, una presenza che lascia traccia nel tessuto culturale della città e che contrasta con la nostra tradizione.

Le tracce si caratterizzano per la cantabilità melodica, ma è sempre presente un forte componente ritmica.
Sì, perché la mia città porta in sé una grande “melodia di vita”, una grande aristocrazia sonora, ma purtroppo vive anche di momenti inquinanti, di traffico automobilistico e di caos dilagante che traduco con un ritmo incessante.

Napoli Centrale è un omaggio allo storico gruppo?
Sì, di quel gruppo sono affascinato dalla grande forza espressiva di James Senese, da quello che la sua musica esprimeva, come nel disco Campagna.

Troviamo in scaletta anche un omaggio a Gustav Mahler.
Mi piaceva ricordare questo musicista la cui musica fu proibita da Adolf Hitler. Non voglio legare le due situazioni, ma Napoli è spesso maltrattata come è accaduto in passato alla musica ebraica. Il napoletano è spesso mal visto, però deve tirare fuori un’anima vincente, forte. La musica di Mahler è di una tale forza scatenante che al sistema dava fastidio. Questo aspetto mi ha portato verso la sua musica.

Questo lavoro riveste una particolare importanza nel tuo percorso artistico?
Da trent’anni faccio musica per il cinema, il teatro, e tengo concerti in tutto il mondo. Ogni album è a suo modo importante, ha una sua storia e apre a nuove prospettive. Avevo bisogno di dire con la mia musica certe cose, di mettere in evidenza l’amarezza di questo momento storico che viviamo a Napoli. Del resto vivo alla giornata, faccio quello che mi sento di fare, e se poi questo piace alla gente ne sono felice.

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