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Manhattan Suite And Other Stories <br/> Intervista a Carlo Maria Barile

Manhattan Suite And Other Stories
Intervista a Carlo Maria Barile

4 marzo 2019

Manhattan Suite…And Other Stories è il primo lavoro discografico che vede Carlo Maria Barile nelle vesti di leader e di compositore. Abbiamo chiesto al giovane pianista, jazzista raffinato nonché organista classico di fama europea, di parlarci del suo disco.

Di Fabio Caruso

Hai scritto la Manhattan Suite nel 2008. Puoi raccontarci come è nata e come l’hai composta?
Ero a New York per un tour di concerti e durante una giornata libera decisi di visitare il MOMA. Fui colpito da un’esposizione intitolata “Dreamland” e allo stesso tempo da “Delirious New York”, un saggio scritto dal celebre architetto olandese Rem Koolhaas. Le tematiche sociali, storiche ed economiche di New York unitamente alle sue architetture mi colpirono e nacque l’idea di una suite divisa in cinque movimenti, ciascuno estremamente diverso dal successivo e con varie contaminazioni stilistiche. Il primo movimento, il preludio, prende in considerazione le origini di Manhattan e i suoi temi sono calcolati sulla base di rapporti numerici, alfabetici e musicali; la seconda parte si ispira al Rockefeller Center e l’alternanza dei tempi quaternari e ternari fa riferimento ai contrasti geometrici delle forme rettangolari e semicircolari del Radio City Music Hall; il terzo tempo, l’unico interamente classico della suite, si intitola Ground Zero ed è dedicato alla tragedia dell’11 settembre 2001; Revival Blues, quarto movimento, si ripropone di interpretare ciò che fu -secondo gli stessi newyorkesi con cui ebbi modo di parlare- il sistema per venir fuori da un trauma così forte quale quello dell’attentato alle Twin Towers: trovare la forza nella fede, nella storia e nelle tradizioni. E cosa c’è di più tradizionale di un blues? Infine Skyscrapers è dedicato alla solennità e alla frenesia della Manhattan moderna, in cui, tuttavia, non mancano richiami all’architettura classica

Perché hai aspettato oltre dieci anni per inciderla?
In realtà nel 2009 ho registrato una versione per piano solo a New York, ma non ho mai dato seguito alla cosa per motivi vari, fondamentalmente concertistici e accademici. Poi ho deciso di rielaborarla per trio e finalmente eccoci qui.

Il tuo disco è stato pubblicato dalla giovane etichetta giapponese Da Vinci Un vero onore per me. Sono estremamente grato a Federico Biscione, carissimo amico ed eccellente compositore, che mi ha messo in contatto con il direttore  della Da Vinci Publishing – che ha sede in Giappone – il quale ha accolto il mio progetto con grande entusiasmo.

Oltre alla Manhattan Suite l’album contiene anche All The Things…I Am, rielaborata da te , e Coffe Street di Vito Di Modugno
Coffee Street è una composizione affettivamente molto importante per me poiché grazie a lei sono entrato in contatto con Michele Di Monte e Vito Di Modugno, ormai 21 anni fa, quando diventai loro alunno di batteria e pianoforte presso la scuola dove oggi insegno, “Il Pentagrammma” di Guido Di Leone a Bari, realtà a cui mi sento indissolubilmente legato. Ed è stato proprio lo stesso Di Modugno, nel 2007, a darmi l’idea di un chorus di improvvisazione interamente nello stile di Bach su All The Things You Are di Jerome Kern. Con il passare degli anni ho maturato questa mia interpretazione in cui ho inserito un po’ tutto ciò che ha contribuito a formare un mio linguaggio, se così posso permettermi di chiamarlo. Così è nato All The Things… I Am.

Quanto c’è in questo disco della tua formazione classica e della tua vasta conoscenza del repertorio organistico?
Panta rei” avrebbe detto il filosofo Eraclito, tutto scorre. Lo stesso vale anche per l’esperienza personale e professionale, motivo per cui, volontariamente o meno, credo che dietro la composizione della Manhattan Suite e dietro ogni sua esecuzione ci sia un tassello sempre nuovo del colorato mosaico della mia formazione classica (non solo organistica). Devo dire che resta per me sempre unica e brillante la stella polare di Johann Sebastian Bach, che considero il punto di arrivo e di non ritorno di tutta la musica poiché, a mio parere nulla e nessuno prima o dopo di lui -nonostante il periodo di oblio dalla sua morte fino a Mendelssohn- mai ha potuto e mai potrà fare a meno della sua arte.

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