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Benedetti da Parker</br>Intervista ad Alessandro Agostinelli
Photo Credit To Marzia S. Maestri

Benedetti da Parker
Intervista ad Alessandro Agostinelli

21 novembre 2017

La scorsa primavera Cairo Editore ha pubblicato “Benedetti da Parker”, un romanzo incentrato sulla vita di Dean Benedetti firmato da Alessandro Agostinelli, che abbiamo intervistato.

Di Eugenio Mirti

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Una tua breve presentazione, per chi non ti conoscesse.
Sono uno scrittore e giornalista, ho lavorato all’Unità, a Radio 24 e spesso collaboro con l’Espresso; tra le mille cose che ho fatto ho lavorato a Radio 3 e sono collaboratore Lonely Planet, per cui ho scritto due guide.

Ad un certo punto incontri Dean Benedetti.
Mi sono sempre dilettato di scrivere e ho spesso incrociato personaggi come Antonio Tabucchi, con cui abbiamo avuto un buon rapporto. Nel 1992 curai una antologia di giovani scrittori italiani come Tiziano Scarpa e Sandro Veronesi, e con lo stesso Veronesi venne fuori che dovevamo andare a trovare una tizia a Tirrenia, che poi era la sorella di Dean Benedetti, per scrivere un articolo. Così la conoscemmo e ci fece vedere tutte le cose di Dean, come il suo sassofono dipinto di nero. In seguito mi dissi che la storia mi interessava molto e tramite la sorella entrai in contatto con tutti i ragazzi di Dean, cioè quelli che nei primi anni ’50 lo frequentavano, e che quando intervistai avevano ormai  superato i 60 anni.

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Perché poi Dean, dopo aver conosciuto e frequentato tutti i grandi del bebop, torna dalla California in Italia.
Sì, torna a Torre del Lago e poi muore a Pisa il 29 gennaio 1957. Sono anche andato a New York a intervistare Jimmy Knepper, che era l’amico del cuore di Dean, il trombonista dell’orchestra di Mingus cui lo stesso Mingus spaccò in seguito i denti. Lui mi raccontò tutta la parte americana della vita di Dean, e così sono riuscito a mettere tutti i pezzi insieme.
Mi ci sono voluti più di quindici anni perché non sapevo che taglio dare al racconto: puoi avere la storia e sapere quello che vuoi dire, ma il problema diventa cercare la voce, perché senza di essa non si tratta più letteratura ma mera cronaca: così ho aspettato di trovare questa voce e la storia di Dean Benedetto è diventata romanzo in cui ci sono naturalmente anche tutti i protagonisti del bebop. Questa è una fiction basata su fatti veri: mi hanno chiesto quanto c’è di verità nel libro, direi che è tutto quanto vero dentro un universo falso, o forse è tutto quanto falso dentro un universo vero.

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Pensi che questa storia sia paradigmatica del rapporto tra il musicista e il jazz?
Assolutamente sì, e non solo del rapporto tra l’uomo e la musica; ci sono due elementi sostanziali, che sono anche elementi base della vita: il primo è la passione smodata, in questo caso quella di Dean per il jazz, e il  secondo è il confronto con qualcuno che è migliore di te; e allora puoi scegliere la lotta, l’invidia, l’adulazione, oppure trovare l’umiltà del capire chi sei. Dean scelse quest’ultima.

Chi vorresti che leggesse questo libro?
Tutti; perché non è solo un libro sulla musica, è anche uno spaccato sul mondo e sulla vita; nella prima parte il ritmo è quello bebop e racconto il periodo più sfavillante della storia degli USA; nella seconda parte si procede invece come una marching band che suona un jazz funeral a New Orleans, quando questo alieno che ha conosciuto i più grandi musicisti della sua epoca a New York e Los Angeles torna a Torre del Lago Puccini, dove non c’è nulla e la gente per sopravvivere va a caccia e raccoglie pinoli.

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