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Balancin’ Dreams
Il mondo di Fabio Giachino

Balancin’ Dreams <Br>Il mondo di Fabio Giachino

«My imagination is a monastery and I am its monk»

 John Keats

Tra i giovani musicisti della comunità jazzistica nazionale Fabio Giachino è senza dubbio riconosciuto come uno dei più talentuosi. Il pianista piemontese, noto per il lavoro con il suo trio, ha da poco  pubblicato un album in solo per la Tosky: l’occasione giusta per intervistarlo.

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Hai realizzato tre album con il tuo trio, che è un gruppo di lavoro stabile da anni, e adesso hai appena pubblicato “Balancin’ Dreams” (TOSKY) per pianoforte solo. Perchè questa evoluzione?
Lavoro con Davide Liberti (contrabbasso) e Ruben Bellavia (batteria) stabilmente dal 2011; col tempo la formazione è cambiata, musicalmente e nelle sue dinamiche di lavoro, siamo diventati maggiormente una squadra. Devo dire che la dimensione di pianoforte solo l’ho sempre ammirata e un po’ temuta, e grazie ad alcuni concerti ho iniziato a sentirmi più a mio agio. Ricordo che da ragazzo ascoltavo Keith Jarrett, per esempio, e questo rapporto solitario con lo strumento mi  aveva sempre affascinato. Ho avuto poi modo di conoscere i ragazzi della Tosky che mi hanno proposto l’occasione di mettere in atto alcune cose su cui avevo lavorato negli ultimi anni e esprimermi in una dimensione diversa: questo progetto naturalmente non sostituisce il trio, ma si evolve in parallelo.

Sei diplomato in organo ma la tua evoluzione musicale si sviluppa sul pianoforte; un caso o una scelta?
Ho studiato in conservatorio l’organo e parallelamente al suo esterno il pianoforte jazz: sono due mondi distanti che ho cercato di portare avanti contemporaneamente finché ho potuto, ma a un certo punto ho dovuto riconoscere che era troppo! E così ho scelto il jazz perché mi sembrava ci fosse più libertà che nell’ambiente organistico classico. Non ho abbandonato del tutto l’organo ma sono più affascinato da tastiere,  sintetizzatori, forme d’onda; una mia idea per il  futuro è organizzare delle musiche particolari elaborando questi suoni.

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Quali sono vantaggi e svantaggi dell’attuale momento musicale e della musica liquida? Come vedi il mestiere del musicista contemporaneo? Ha ancora senso stampare i CD?
Gli mp3 sono comodi ma veloci e non aiutano a soffermarsi e all’ascolto in profondità. Il lavoro di musicista è naturalmente complicato, i social network mi piacciono e credo diano la possibilità di mettersi in contatto con le persone potendo mostrare il proprio lavoro; il problema è che non esiste più una selezione e quindi ci sono milioni di sfumature che si trovano fianco a fianco in maniera indiscriminata. Il supporto fisico ha senso per  mettere un punto fermo, io sono comunque sempre orientato a stampare i dischi perché rimangono nel tempo e sono  un modo di lasciare qualcosa di proprio. Poi in effetti c’è anche qualcuno che li compra ancora, esistono nicchie (come l’hip hop) nelle quali si continua a vendere! Credo però che la musica abbia perso valore in quanto ne siamo immersi: per esempio se vai a suonare in un locale prima del concerto mettono musica, appena finisci mettono musica, e questo fa perdere valore:  una performance acquisterebbe più profondità se prima o dopo non ci fosse nulla .

In Italia hai acquisito una certa notorietà;  come hai lavorato alla tua carriera?
Non mi sento così affermato! Sicuramente bisogna muoversi, andare in giro, ciò che fa la differenza è conoscere direttamente le persone, mandare materiale, scrivere, mantenere i contatti, frequentare i musicisti e la comunità artistica; poi poco alla volta volta raccogli tanti frutti. E comunque non basta mai!
Per l’estero  ci sto lavorando e mi chiedo anche io come muovermi, fuori Italia magari non accettano le tue proposte però è più facile che ti rispondano. Un anno per esempio ho scritto a tutti gli Istituti di cultura italiani del mondo, alcuni mi hanno risposto altri no; in altre occasioni ho conosciuto dei musicisti stranieri che mi hanno poi invitato e ho così creato una rete che gradualmente si è sviluppata.  Spesso molti di noi sottovalutano la realtà che questo lavoro funziona anche per le conoscenze che hai e costruisci, nel senso più nobile: se ti fai conoscere e ti proponi è sempre molto utile.

Qual è il tuo sogno artistico?
Aver potuto suonare con musicisti come Miles o Coltrane sarebbe stato il massimo! Mi piacerebbe idealmente suonare con Jack Dejohnette, ma ammiro anche la scena newyorchese, quella europea, ci sono musicisti italiani strabilianti…

Dei pianisti italiani della tua generazione chi stimi?
Beh,  Claudio Filippini è incredibile, ascolto Alessandro Lanzoni, Enrico Zanini, i nomi potrebbero essere mille!

Come lavori alle composizioni?
Parto da delle idee ritmiche o melodiche, o dei suoni; spesso sviluppo dei riff di basso, delle cellule ritmiche particolari, magari forzate che poi sviluppo cercando di renderle più musicali. Scrivo a tavolino più che al pianoforte, perché a volte succede che ritorno su cose già sentite, già provate o che mi sono più naturali, perciò c’è il rischio di ripetermi. Invece estraniandomi dallo strumento riesco a trovare spunti meno manieristici. Mi piace ispirarmi anche a materiale più  etnico o tradizionale, o al rock; da ragazzo ho avuto anche un periodo di ascolti underground e dance che mi hanno senza dubbio influenzato.

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