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Alessandro Galano
Joshua Redman a Pescara Jazz
Reportage

Alessandro Galano <br/> Joshua Redman a Pescara Jazz<br/> Reportage

25 luglio 2019

Joshua Redman al Pescara Jazz!

http://natalieglasson.com/tag/flow/ “La prima volta che suonai qui fu nel 1993, con Pat Metheny: ricordo che quel giorno ero molto, molto nervoso”. È Joshua stesso a riannodare il filo della memoria, intervenendo al termine del secondo brano del suo concerto, di scena sabato 20 luglio alla cinquantesima edizione del Pescara Jazz, nella bella cornice all’aperto del Teatro G. D’Annunzio. Sono trascorsi circa ventisei anni, poco più di quanti ne avesse all’epoca lo stesso Redman, a quei tempi impegnato a rappresentare l’avanguardia americana insieme con altri enfant prodige, da Brad Mehldau a Christian McBride (c’era anche lui con Metheny nel ’93), finendo con Brian Blade, quest’ultimo presente nella serata pescarese in quanto tra i protagonisti di “Still Dreaming”, l’album datato 2018 che Joshua Redman ha portato anche in Italia.

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Di Alessandro Galano

Un omaggio a papà Redman, come si sa, rievocando le atmosfere post bop di “Old and New Dreams”, storico quartetto anni ’70 nato nel solco ideologico di Ornette Coleman, artista che lo stesso Dewey Redman, anch’egli sassofonista, ha supportato con gli altri membri del quartetto durante la sua ascesa “free”. E non è un caso che uno dei due brani che compongono le otto tracce di “Still Dreaming” sia proprio di Coleman, “Comme Il Faut”, composizione dal lungo e altisonante tema di tromba e sassofono, con la celebre introduzione del contrabbasso rievocata con fedeltà da Scott Colley durante la serata al D’Annunzio. A completare la band al seguito di Joshua Redman, oltre a Colley e a Blade alla batteria, anche la tromba di Ron Miles: una formazione affiatatissima, ultra collaudata, segnata dalla vena compositiva del suo leader, impegnato in questa rivisitazione a suscitare “i nuovi e vecchi sogni” di quel modo di suonare jazz fine anni ’70, ma senza la pedissequa imitazione di uno stile, piuttosto dandogli un più ampio e creativo respiro.

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http://keolis.co.uk/wp-cron.php?doing_wp_cron=1564674333.5889739990234375000000 È il caso di “New Year”, tra le prime esecuzioni in scaletta, annunciato da uno sviante “solo” di tromba che introduce al composito tema del brano, nel quale l’influenza di Ornette, per struttura e suggestioni, è evidente ma non ingombrante, anzi vivacizzata dal bop puro dei solisti e da una sezione ritmica straordinariamente a proprio agio. Restando in ambito, la medesima dichiarazione di intenti si ritrova anche in “Haze and Aspiration”, quinto brano del concerto di Pescara, composto, come il precedente, dal contrabbassista Scott Colley – sono due i brani che ha firmato nel disco – e forte di un lungo intreccio sassofono-tromba che è il brano stesso: una ballata varia e sorvegliata.

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D’altra tempra, invece, “It’s Not the Same”, composizione pienamente in stile Redman che il sassofonista di Berkeley stravolge di buon grado durante la performance, allontanandosi per tempi e scansioni dalla più dosata versione in studio, lasciandosi fagocitare dalle accelerazioni di Blade alla batteria e dai richiami della tromba di Ron Miles. Un modo di essere, più che di fare, nel cui manifesto rientra “Unanimity”, la traccia trainante di “Still Dreaming”: Redman la suona prima a metà concerto e poi all’ultimo, quale bis di una serata accolta con entusiasmo dal pubblico di Pescara, quasi sold-out per l’occasione. Alla versione più fedele all’incisione, in cui è Miles a dare una frenata all’impeto del duo Redman-Blade, intervenendo con un tono più cool a metà dell’opera, fa da contraltare la seconda, anticipata dal lungo richiamo in solitaria del bandleader, geniale nell’accentare le parti di un tema giocoso e così leggiadramente sospeso tra tanti stilemi di jazz.

È la cifra, viene da concludere, l’idea stessa alla base della cultura musicale di un sassofonista ormai cinquantenne, forse lontano per impeto da quel ventenne lanciato da Metheny sullo stesso palcoscenico dannunziano, ma ormai ben saldo nel firmamento del jazz internazionale, consapevole della lezione dei padri – suo padre Dewey, nel caso in ispecie – e dell’ampiezza delle proprie possibilità di compositore e artista.

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