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Alessandro Galano e Samuele Romano
Matthew Whitaker
Reportage

Alessandro Galano e Samuele Romano</br> Matthew Whitaker </br>Reportage

14 novembre 2017

Così giovane, così bravo. Matthew Whitaker è stato il protagonista della seconda serata del Giordano in Jazz – Winter Edition che, giovedì 9 novembre, si è tenuta in Puglia, al Teatro U. Giordano di Foggia. Con i suoi sedici anni, l’organista e pianista americano ha dato un tocco di freschezza alla rassegna organizzata dall’amministrazione comunale in collaborazione con il Moody Jazz Café: dopo il sold-out del duo firmato Chick Corea-Steve Gadd che ha aperto la kermesse, un pubblico più raccolto di appassionati ha potuto apprezzare il talento di questo astro nascente del jazz, per la prima volta in tour in Italia – oltre alla Puglia, Matthew Whitaker si è esibito anche al Jazz Club di Perugia, per l’edizione invernale dell’Umbria Jazz (uniche due tappe italiane).

Di Alessandro Galano; fotografie di Samuele Romano

My name is Matthew Whitaker, I’m sixteen”. Poche parole per presentarsi e per raccontare le sue origini: non vedente dalla nascita, nato nel 2001 a Hackensack, nel New Jersey, a tre anni riceve in regalo dal nonno una piccola tastiera Yamaha. È l’inizio di un’avventura che deve ancora conoscere le sue pagine migliori ma che, nonostante la sua breve carriera, ha già raccontato momenti importati, come l’invito ad esibirsi, a soli 9 anni, alla celebrazione dell’ammissione di Stevie Wonder nella “Hall of Fame” dell’Apollo Theater di New York. Lo scorso anno inoltre, appena quindicenne, è stato nominato “Artista Yamaha”, diventando il più giovane musicista ad unirsi al gruppo “stellare” di pianisti jazz riconosciuto dalla casa nipponica.

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Segni inequivocabili di un talento che anche il pubblico pugliese ha potuto apprezzare durante la sua performance: con estrema naturalezza, infatti, il giovane musicista si è spostato su più generi, passando da momenti hard-bop intensi, nei quali ha stupito per la maturità delle sue frasi, a distensioni soul più accattivanti, come il medley dedicato agli Earth, Wind & Fire – al centro, la celebre “September” sostenuta dai battimani del pubblico – oppure il tributo a Stevie Wonder nel finale di concerto – bella e fresca la versione di “I Wish”. In mezzo poi, alcuni standard obbligati: su tutti l’intramontabile “Mas Que Nada”, suonata in piedi e con grande trasporto, e la sempre splendida “My Favourite Things” versione John Coltrane, artista che il sedicenne pianista deve amare molto, tanto da infilare un’ampia citazione di “A Love Supreme” durante un assolo di un brano di Chick Corea.

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Più che all’Hammond, Matthew Whitaker ha convinto soprattutto al pianoforte: in “Pistachio”, uno dei pezzi più rappresentativi del suo album dal titolo “Outta The Box”, è venuta fuori quella spensieratezza artistica che solo i talenti puri sanno rendere in modo così naturale e fruibile, tale da creare un ponte diretto con il pubblico sin dalle prime note. Altrettanto naturale e non priva di maturità anche l’esecuzione di “Matt’s Blues”: un terzinato classico suonato senza retorica, pur con il dovuto rispetto nei riguardi di una tradizione che per gli afroamericani – e non solo per loro – ha a che fare con l’ambito del sacro. Ad accompagnarlo, in questo tour, Ted Morcaldi alla chitarra e Sipho Kunene alla batteria: il primo non sempre pronto a cogliere le divagazioni del leader della band, il secondo puntuale nel sostenere l’architrave sonoro della performance.

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Alla fine, la sorpresa è riuscita: Matthew Whitaker suona con lo spirito di un ragazzo della sua età, trasmigrando da un genere all’altro con quella disinvoltura cara agli adolescenti che scoprono la musica, ma aggiungendo a tutto questo un talento importante del quale si parlerà ancora a lungo in futuro.

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