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Al Jazzit Fest con</br>Intervista a Daniela Floris
Photo Credit To Paolo Galletta

Al Jazzit Fest con
Intervista a Daniela Floris

A conclusione della serie di interviste “Al Jazzit Fest con”, realizzate da Daniela Floris in occasione della sua residenza creativa al Jazzit Fest IV di Cumiana, abbiamo intervistato la stessa Daniela. Buona lettura.

Di Eugenio Mirti

Come è nata in te passione per il jazz e la voglia di raccontarlo?
Il jazz mi capitò di ascoltarlo per la prima volta in radio, in particolare “Moanin’” suonato da Lee Morgan e Oscar Peterson: fu un colpo di fulmine. Io allora studiavo pianoforte, avevo 12 anni, e ad orecchio mi cercai tutti gli accordi, gli accenti in levare, ogni singola nota. Tutto nacque da lì.
Piano piano ho cominciato poi ad ascoltarlo sempre di più. Ad andare a qualche concerto, a comprare dischi. A 18 anni mi iscrissi qui a Roma al St. Louis Music School, e per un anno seguii le lezioni di Piano Jazz con Enrico Pieranunzi.
Ritrovai Enrico molti anni dopo; quando andavo ad ascoltare un concerto, suo o di qualche altro artista, ci scambiavamo pareri, spesso scrivendoceli per email: fu lui che mi consigliò di scrivere di jazz, dicendo che avevo un bel modo di raccontarlo, e fu lui a presentarmi a Gerlando Gatto, nel 2008, se non ricordo male, e da allora non ho più smesso di scrivere: Gerlando mi diede questa possibilità, e a lui e naturalmente ad Enrico Pieranunzi sarò per sempre grata.
“Raccontare” è il termine giusto, in effetti: quando ascolto un concerto cerco di “raccontare”, a chi decide di leggermi, il perché quel concerto mi abbia colpita: con le conoscenze musicali che ho accumulato negli anni studiando tento di svelare cosa ci sia, secondo me, dietro al fascino di questa musica.

Come nasce il tuo-vostro blog e quali obiettivi si pone?
Principalmente io scrivo su “A proposito di Jazz”, il blog di Gerlando Gatto; è uno spazio libero che ha un obiettivo semplice, in realtà non così semplice: divulgare il jazz svelandone i segreti e cercando di aprirsi anche alle novità, mostrandone il continuo fermento creativo. Si tratta di un sito dove non si fa promozione – nonostante ci sia uno spazio per i comunicati stampa, dove i musicisti stessi o gli uffici stampa se ce lo richiedono possono avere le credenziali per inserire le loro notizie – ma in cui si fa informazione musicale con interviste e recensioni di dischi e di concerti. Io collaboro con Gerlando Gatto praticamente dalla nascita del sito, mano a mano si sono aggiunti anche altri collaboratori che ci mandano notizie da varie zone d’Italia e dall’estero, in particolare da Francia e Svezia. Io e Gerlando ci spostiamo anche molto per l’Italia, spese permettendo.
Il motore che ci muove? La passione per il Jazz. Non il denaro: siamo totalmente autoprodotti e quindi (aspetto positivo) completamente autonomi e liberi.
Poi ho anche un mio blog insieme alla fotografa (e amica, e sorella direi) Daniela Crevena. Il blog si chiama JazzDaniel’s. Parole e immagini per il jazz: nato per raccontare il jazz attraverso il nostro sentire comune, lei con le foto io con le parole. Ai concerti sussultiamo, ci emozioniamo, e a volte rimaniamo indifferenti negli stessi istanti. Alla fine io seleziono le parole e lei le fotografie, ed arriviamo a creare reportage abbastanza particolari, quasi delle “foto storie”: musica da guardare e da immaginare attraverso uno scritto. Adesso il blog è temporaneamente inattivo per maternità della fotografa. Ma torneremo!

Come hai progettato la tua residenza creativa al Jazzit Fest?
Sono arrivata appena in tempo! Avevo partecipato l’anno prima a Collescipoli come ospite… ma già in quell’occasione con Ermanno Basso avevamo fatto incontrare per una sessione di registrazione al Milk Studio alcuni artisti, e mi ero resa conto del fermento creativo che caratterizzava il Jazzit Fest. Mi erano piaciuti l’energia e l’entusiasmo di Luciano Vanni e del suo staff. In extremis ho mandato la mia candidatura proponendo di intervistare, in maniera agile e veloce, il maggior numero di artisti possibile. Luciano mi ha inserita subito e la mia residenza ha chiuso il “casting” di Jazzit. Devo dire che la cosa mi ha elettrizzata!

Perché le interviste e perché quel taglio preciso?
Tutto nasce proprio dal format di JazzDaniel’s “Una birra con”: un modo veloce e carino di presentare Jazzisti e musicisti noti e meno noti rivolgendo loro domande anche semplici (dove sei nato, che piatto preferisci, quale il disco che ti ha fatto innamorare del Jazz… e così via) . Siamo partite in sordina e poi abbiamo collezionato parecchie birre! E hanno partecipato artisti anche internazionali. Mi piaceva riproporre questa idea al Jazzitfest, perché gli artisti che partecipano sono tanti, e questo è un modo agile divertente di presentarsi. Ci tenevo alla domanda finale che ho tramutato in “Sei al Jazzit Fest perché”? Volevo che i miei interlocutori si esprimessero sul significato di questa particolare forma di Festival: le risposte in alcuni casi sono state sorprendenti, in altri divertenti, in ogni caso espressive.

Nella vita in generale, e nel mondo del jazz in particolare, molti confondono serietà con seriosità. Sei la dimostrazione che si può essere allo stesso tempo autorevoli e divertenti: è faticoso tenere questa posizione? Come la vedi?
Intanto grazie di queste tue parole: mi fido di ciò che dici, io non ho una percezione di come appaio in questo rutilante mondo del jazz, dunque non so spiegarti bene come tengo una posizione di cui non ho contezza. Ti posso dire che mio padre e mia madre ci hanno insegnato ad essere “allegramente seri”. Il che significa da un lato avere una visione della vita che tenga sempre conto degli altri, della necessità di affrontare problemi ed ostacoli con ponderazione, e significa anche cercare di avere una certa preparazione. Ma al contempo è sempre bene non portarsi queste caratteristiche come uno zaino colmo di pietre che rallentano il cammino. Essere seri e preparati non è sinonimo di pesantezza, freno, gravità: è un qualcosa che invece rende liberi, alleggerisce, può essere condiviso, ci porta anche ad essere sempre più curiosi. Dunque ti rispondo che essere seri significa anche non prendere noi stessi troppo sul serio, diventando esseri immobili pregni di sole granitiche certezze. In questo senso non riconosco nemmeno un valore assoluto alla coerenza: nel parlare di musica questo sarebbe un drammatico difetto! Ti faccio un esempio semplice. Ad Umbria Jazz tempo fa ascoltai il concerto della pianista giapponese Hiromi Uehara. Non mi piacque molto, scrissi che era bravissima ma troppo tecnica, quasi raggelante.
Un anno dopo la riascoltai ad Atina Jazz: nel mio articolo esordii con queste parole “Comincio questo mio articolo con una confessione: a me non piace molto Hiromi . La trovo un po’ troppo tecnica, un po’ troppo incentrata su virtuosismi di certo eccezionali ma un po’ fine a se stessi”. Però dopo la descrizione di un concerto bellissimo e tutt’altro che raggelante conclusi con queste parole in volontaria totale contraddizione con l’incipit : “E allora finisco questo mio articolo con una confessione. Dopo Atina Jazz devo dirvi che mi piace molto Hiromi. La trovo molto tecnica, la trovo certamente incentrata su eccezionali virtuosismi, ma non li trovo più fine a se stessi. … A me piace molto Hiromi, quindi non tenete più conto della confessione precedente”.
Ecco magari avrò perso in credibilità nei confronti dei miei lettori? Può darsi, ma non mi importa. In questo senso ho bisogno di leggerezza: in questo senso sono allegramente seria, non ho paura di dire ciò che penso anche se può capitare ciò che penso cambi.

Qual è il disco che ti ha cambiato la vita?
“Everybody digs Bill Evans”. Lo conoscevo a memoria, in ogni piccolo particolare, in ogni dinamica, in ogni assolo.

E il concerto?
Tantissimi concerti. Se ne devo ricordare uno emozionante, insieme a Daniela Crevena ad Umbria Jazz, Ron Carter Trio con  Mulgrew Miller & Russel Malone.

E l’intervista?
Tante interviste mi hanno emozionata ma ne ricordo due in particolare. Una a Gabriele Mirabassi, che mi ha spiegato con una passione e con una chiarezza cristallina come funziona il suo strumento, il clarinetto. Mi trasmise la sua enorme passione, il suo amore per la musica, eravamo a Perugia e non mi sono mai dimenticata quell’ora abbondante di colloquio dal quale ho imparato moltissimo. Ma anche quella, realizzata per email, a Ron Carter, proprio per la serie “Una birra con… “

Se avessi una bacchetta magica, quale desiderio esprimeresti per il jazz italiano? E quale per la tua attività di critica-blogger?
Il jazz Italiano è straordinario. In Italia abbiamo artisti eccellenti, creativi, di una bravura stratosferica, che spesso però hanno difficoltà a farsi conoscere,  non solo all’estero ma anche qui nel loro paese. Per loro mi auguro che si scardinino i pregiudizi e quella fissità di dinamiche che porta organizzatori di festival e gestori di locali a scegliere sempre gli stessi nomi sicuri, perché spesso guidati da una logica di commercio, che si comprende ma che crea una spirale viziosa. In questo senso il JazzitFest è fondamentale: tre giorni di fiera del jazz che riunisce artisti, operatori del settore, discografici, organizzatori e che apre mondi nuovi, porta ossigeno, permette di mettersi in gioco, anche pericolosamente, perché no! Ma che supera la logica di mercato tentando di promuovere un modello culturale, in senso stretto, come dice Luciano Vanni.
Come critica – blogger mi auguro che gli stessi Jazzisti siano un po’ meno autoreferenziali, che accettino le eventuali critiche in maniera costruttiva. Che siano meno invidiosi tra loro, che si spalleggino, e che capiscano che un critico musicale – blogger non è un promoter da spremere come un limone. Se mi inviti ad un tuo concerto, il tuo concerto potrebbe piacermi molto ma potrei anche avere qualche piccola riserva: non è bello inalberarsi dopo aver insistito strenuamente per avere la tua presenza all’evento e dunque un parere, che si presuppone sincero.
Ma sono ottimista: se il panorama jazzistico si amplierà ci saranno meno malumori, invidie e nascerà una competitività sana e non distruttiva. Lo auguro a tutti, di cuore.