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Abeat</br>Intervista a Mario Caccia
Photo Credit To Fatima Batista

Abeat
Intervista a Mario Caccia

6 novembre 2017

Abeat è una delle più importanti etichette discografiche italiane; ne abbiamo intervistato il fondatore e presidente, Mario Caccia.

Di Eugenio Mirti

Come è nata Abeat?
Nel 2000 frequentavo una scuola di musica; amici e colleghi esprimevano delle lamentele sui modus operandi di alcune etichette, e così mi ritrovai ad essere investito dell’incarico di usare dei master già pronti. Quindi l’etichetta nacque quasi per caso; fu un debutto col botto ed ebbi fortuna con i due primi dischi che mi piace ricordare: Il poeta di Renato Sellani, che all’epoca attraversava un piccolo momento di oblìo e non pubblicava da qualche anno, ed ebbe un immediato riscontro. Il secondo fu un album di Don Friedman, Prisme che era nel cassetto di Paolo Jannacci che ne era il produttore e per un caso fortuito non aveva mai trovato uno sbocco editoriale. Questi lavori mi portarono fortuna e mi diedero coraggio, e così un’avventura nata senza velleità particolari è proseguita fino a oggi.

Per alcuni anni continuai a pubblicare contestualmente alla mia attività – peraltro molto intensa – di musicista, poi lentamente l’aspetto discografico iniziò ad assumere un’importanza crescente. Oggi abbiamo circa 200 dischi in catalogo, e la nostra filosofia si esprime in due filoni: da una parte cercare di dare una sponda alle realtà giovani, di cui il nostro paese è ricco ma la cui valorizzazione è una impresa titanica; mi è rimasta nel cuore la fatica di quand’ero agli inizi e quando mi imbatto in giovani talenti cerco di aiutarli. Il secondo ambito è quello delle pubblicazioni di artisti blasonati, anche internazionali, per mantenere una realtà qualitativa alta con progetti artisticamente interessanti.

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©Maria Grazia Giove

La filiera musicale è stata totalmente sconvolta da Internet. Quali sono le difficoltà per le etichette e come si evolverà la situazione? Il web è un regalo o una maledizione?
Se volessi essere tranchant direi una maledizione, perché stampare supporti musicali non è più un business, che era non solo una opportunità ma anche un modo di ridistribuire le risorse economiche su tutta la filiera: probabilmente parliamo di milioni di persone che hanno dovuto cambiare lavoro. Dobbiamo dimenticarci quel modello che non tornerà più, bisogna fare i conti con la realtà del presente e del nuovo modo di fruizione della musica; giovani e giovanissimi hanno un approccio diverso, anche se gli appassionati di CD e vinile ci sono, e sono romanticamente innamorati dei supporti: probabilmente ci permetteranno di sopravvivere.

Il supporto fisico in vinile rimane, il fatturato che si può sviluppare con mp3 e alta definizione è però residuale ed ulteriormente scalfito dalle dinamiche dello streaming, che forse rappresentano la vera maledizione. Si tratta di un tipo di economia che è fallimentare per la maggioranza degli addetti ai lavori: se una volta un milione di dischi venduti rappresentava opportunità di lavoro per migliaia di persone sparse nel mondo, oggi un manipolo di operatori riesce a tenersi integralmente una parte minore che però genera molti più utili perché suddivisa tra meno soggetti. In questo modello non conta ridistribuire, non contano i posti di lavoro, ma solo il guadagno, e quindi le realtà piccole e medie hanno subito un tracollo. Comunque sorrido e come Don Chisciotte combatto la mia battaglia…

Qual è il disco che avresti voluto produrre?
Rischio di essere banale, ma emerge naturalmente il mio essere bassista: sono nato con il culto di Jaco Pastorius, che rivoluzionò la musica più di quanto sia stato compreso. Quindi mi sarebbe piaciuto avere a che fare con qualcuno dei suoi album che diventarono un punto di riferimento, probabilmente qualche lavoro dei Weather Report.

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©Salvatore Tubo

Avete molta cura dell’immagine grafica dei vostri lavori.
Riteniamo che oggi una pubblicazione non debba lasciare niente al caso, curando ogni dettaglio; quindi ci dedichiamo alla parte grafica una grande attenzione, così che gli appassionati possano trovare un supporto eccellente. Per noi ogni disco ha una sua propria identità, personale ed unica. Tendiamo a non mettere l’imprimatur nella cover, cerchiamo invece di far rilucere il singolo progetto rispecchiando nella grafica l’ispirazione artistica; ho la fortuna di avere uno studio grafico molto competente, e i risultati si vedono.

Quali sono le prossime novità di Abeat?
Abbiamo appena pubblicato Handless di Gavino Murgia; il disco in duo Standards di Girotto & Mangalavite, che attinge al bacino folcloristico argentino; il nuovo disco di Claudio Fasoli intitolato Haiku time; il Peo Alfonsi trio con Roberto Dani e Salvatore Maiore. E poi i giovanissimi dell’Ubik trio, alla sua prima produzione, particolarmente interessante per le ritmiche. Avremo a breve un disco di Adam Pache in quartetto con ospite Jeremy Pelt ed Emanuele Cisi, e un disco in trio di Dado Moroni con Enzo Zirilli alla batteria e Ira Coleman al basso.

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©Fatima Batista