Ultime News
Ada Montellanico: la musicista combattente

Ada Montellanico: la musicista combattente

10 gennaio 2018

Il 2017 è stato un anno assai prezioso e ricco di attività per Ada Montellanico, sia a livello artistico, con l’uscita del CD dal titolo “Abbey’s Road” [Incipit Records], sia per l’attività con l’Associazione Musicisti Italiani di Jazz, di cui è presidente. Una straordinaria occasione per incontrarla e per ragionare sull’anno appena passato e su quello che verrà.

di Luciano Vanni

Partiamo dal CD. Qual è stata la più grande soddisfazione vissuta a ridosso della pubblicazione?
Beh, la soddisfazione più grande è stata quella di percepire di avere un grande gruppo, compatto, che amava il progetto e che ha dato il massimo per vederlo realizzato al meglio, sentire che la musica funzionava e che mi rappresentava appieno per quella che sono oggi. Qualcuno mi ha definito “musicista combattente”, e questa definizione mi è piaciuta molto, forse perché l’esperienza di Midj mi ha ridato quella dimensione sociale e politica che non si manifestava attivamente e a livello pubblico da quando avevo diciotto anni. Questa espressione si è fusa con la musica, a cui si è integrata pienamente. Non è possibile omaggiare un’artista come Abbey Lincoln se non si sente profondamente l’importanza di certi valori e di certi ideali, e se questi non sono fortemente anche i propri. Tale intenso vissuto arriva nella dimensione live, come, spero, anche nel CD.

 

ada cd

Il CD ti ha permesso di esibirti un po’ in tutta Italia, tra festival e jazz club: ci racconti qualche aneddoto? Come è girata la band?
Spero di percorrere l’Italia ancora di più, ma mi ritengo estremamente soddisfatta perché abbiamo tenuto diversi concerti, e mi auguro che ne terremo molti altri, e non solo in Italia. Intanto sono voluta ritornare in maniera massiccia nei jazz club, che ritengo ancora l’anima della nostra musica: sono luoghi che hanno bisogno di essere sostenuti e che svolgono un eccellente lavoro sul territorio. Faremo un altro bel giro ad aprile nel nord Italia. Si sono verificate accoglienze entusiastiche al progetto e quello che arriva immediatamente è il suono del gruppo, molto atipico per una cantante: tromba e trombone, a cui mi unisco a volte come in una sezione di fiati, e il perno costituito da contrabbasso e batteria, su cui ruota tutto, scegliendo di omettere lo strumento armonico. L’impatto già dal primo brano è molto forte. Mi piacciono le sfide, nella musica come nella vita, e vado sempre a cercare situazioni dove posso cimentarmi, imparare e crescere. E scelgo ogni volta dei compagni di viaggio che mi spingano al limite delle mie capacità, uno su tutti Giovanni Falzone, a cui sono legata da una profonda amicizia e immensa stima artistica. Non ci sono particolari aneddoti da raccontare, a parte il fatto che stare insieme in tour è sempre un gran divertimento, intervallato da discorsi importanti sullo stato del jazz italiano e su come risolvere i problemi che attanagliano la nostra vita musicale. La musica, il rapporto umano e il nostro essere sociale si intrecciano sempre.

A proposito: che tipo di pubblico hai incontrato? In che salute versano i promoter che hai conosciuto e con cui hai lavorato?
I promoter sono spesso degli eroi, che navigano tra mille incertezze economiche, con referenti istituzionali spesso ignoranti che conoscono solo tre nomi e vorrebbero mettere in cartellone sempre quelli, per non parlare di quando considerano un musicista quale Allevi come un pianista di jazz. Accade che i promoter stessi si trovino impigliati in certe logiche commerciali e di botteghino, a discapito della qualità o della differenziazione di proposte artistiche, quelle che definiamo a “rischio culturale”, e che rappresentano invece una linfa vitale per la crescita collettiva. È importante quindi che ogni direttore artistico senta la responsabilità di essere in primis un “operatore culturale” e che combatta per questo, ma non è semplice. Per tale motivo l’idea forte del 2018 è quella di costituire una grande federazione del jazz ialiano che abbia più forza e più voce in capitolo, e che riesca a ottenere maggiori risorse e possibilità per attuare una vera rinascita culturale. Anche sentirsi non soli ma appartenenti a un grande collettivo, che sinergicamente procede sulla stessa rotta, può essere molto importante.
Sul versante del pubblico, ho riscontrato meravigliose sorprese. Persone curiose che mi hanno scritto dicendomi di essersi emozionate, e che dopo il mio concerto sono andate a cercarsi i dischi della Lincoln. Per esempio a Roma, alla Casa del jazz, il negozio di dischi annesso, Blutopia, ha venduto quella sera, oltre ad “Abbey’s Road”, più copie di “We Insist! – Freedom Now Suite”. È bello stimolare la curiosità e il pensiero delle persone: prima dell’esecuzione mi piace raccontare di Driva Man e Freedom Day, la storia dell’album e quello che Roach e la Lincoln hanno vissuto negli anni sessanta. È molto importante informare, anche perché in questa epoca viviamo gli stessi orrori, legati a continui episodi di razzismo. Il pubblico rimane sempre molto colpito, ma non ti nego che mi è capitato anche di trovare gente infastidita perché noi attraverso quei brani prendevamo posizione e ci schierieravamo per la battaglia contro le disuguaglianze. Ma questo è lo spirito del progetto: quando la musica, come in tal caso, è legata a contenuti di grande spessore e rilevanza, deve far pensare e scuotere le menti.

Veniamo al tuo ruolo istituzionale. L’associazione che presiedi conclude un anno intenso e ricco di iniziative. Quali sono stati, a tuo avviso, i traguardi più significativi? Quali i successi, anche politici, raggiunti?
Midj in tre anni e mezzo ha fatto miracoli! Siamo un’associazione riconosciuta e riconoscibile. Ci siamo ogni volta mossi con estrema trasparenza e pulizia, e sempre protesi al bene comune. Questo ha fatto sì che i musicisti incerti e diffidenti alla fine hanno dovuto arrendersi all’evidenza e si sono avvicinati, considerandoci un punto di riferimento anche per problematiche personali. Il traguardo più significativo è l’essere stati chiamati come unica associazione di categoria per l’audizione al Senato sul Codice dello spettacolo. È stato un giorno molto importante, perché un evento del genere non era mai accaduto prima. Sono state accettate alcune nostre istanze, come quella legata al riconoscimento del nostro stato di “lavoratori a intermittenza”, ma ora dovremo lavorare molto sui decreti attuativi, perché solo così tante belle idee inserite nella legge, come l’export o l’istruzione musicale nelle scuole, potranno diventare qualcosa di concreto e di fattibile. Abbiamo incontrato inoltre i vertici dell’Inps (anche questo non era mai accaduto) per ottenere una nuova normativa sulla previdenza e sulle indennità dei musicisti, categoria totalmente bistrattata e non riconosciuta. Aspettiamo notizie positive dal tavolo tecnico sul riconoscimento del diritto di improvvisazione aperto con la Siae, che è durato quasi un anno e mezzo, e siamo intenzionati a continuare il lavoro iniziato sulle tariffe e sulla trasparenza nell’erogazione dei compensi. Abbiamo partecipato alla battaglia vinta in questi giorni per la stabilizzazione del precariato Afam. È andato avanti il dialogo con Dario Franceschini, unico ministro nella storia della Repubblica Italiana ad aver prestato attenzione alla nostra musica. Siamo stati per la terza volta tra gli organizzatori, insieme a Paolo Fresu, I- jazz e alla Casa del jazz, della giornata di solidarietà per le terre del sisma, iniziativa che oltre a portare aiuto alle popolazioni colpite dal terremoto, ha restituito un’immagine magnifica della varietà e della statura artistica del jazz italiano. Annesso a questo evento è uscito il secondo libro, edito da Postcart, che narra le esperienze del 2015 e del 2016, attraverso foto generosamente offerte dai nostri più bravi fotografi e grazie alle testimoniante dei musicisti che hanno partecipato a quelle intense giornate di musica e di solidarietà.
Niente di tutto quello che ho raccontato era mai accaduto prima di Midj, e devo dire che la forza e il tempo per portare avanti questo immane lavoro, tra i vari impegni artistici e personali, ci viene dato dalla grande passione, dall’enorme determinazione e dalla straordinaria voglia di cambiamento e di trasformazione dell’attuale mondo del jazz.

 

ada ok

Foto Luca A. d’Agostino/Phocus Agency © 2016

Veniamo alle residenze internazionali firmate in collaborazione con la SIAE, e che iniziarono ad essere promosse in collaborazione con Jazzit e il Jazzit Fest, grazie all’esperienza del pianista Fabio Giachino. Oramai sono strumenti fondamentali di sviluppo culturale e professionale dei nostri giovani musicisti. Ce ne parli più diffusamente?
Crediamo molto nelle residenze d’artista, opportunità inesistenti in Italia. Per qualsiasi musicista sono delle grandi occasioni per crescere, incontrare nuovi artisti e interagire con altri linguaggi musicali, nonché per cimentarsi con la propria capacità di dialogare e di entrare in sinergia con persone diverse per creare qualcosa di inedito e nuovo. Esse rappresentano perciò un grande stimolo all’apertura e all’uscire dal proprio ambiente e dal proprio guscio per mettersi in gioco. Non ci piace per nulla fare selezioni, ma è l’unico strumento per realizzare progetti con criteri di trasparenza e di correttezza. Fino ad ora abbiamo ideato tre bandi per selezionare musicisti, avvalendoci della collaborazione di amici e grandi artisti, che si sono prestati generosamente a vagliare le domande arrivate, un lavoro impagabile. Dopo le due residenze italo-francesi (che replicheremo il prossimo anno), realizzate in collaborazione con il festival “Striscia di terra feconda”, la prima all’estero è stata proprio quella che tu hai menzionato, supportata anche da Jazzit. A Copenaghen Fabio Giachino, ottimo musicista, ha avuto un’esperienza così esaltante, attraverso nuove collaborazioni, CD e partecipazione ai festival, che ci ha motivato ancora di più. Per questo, da un’idea magnifica di Paolo Fresu, componente straordinario del nostro direttivo, è nata “Air”, e abbiamo così puntato in alto, con un progetto che ha voluto coinvolgere le diverse regioni italiane. La selezione non è avvenuta con il criterio di scegliere i nostri migliori musicisti a livello nazionale, ma individuando artisti validi regione per regione, con il fine di rappresentare nel modo più ampio possibile l’eccellenza della nostra musica. Paolo Fresu si è impegnato in prima persona e ha scritto ad ogni istituto Italiano di Cultura, scegliendo tra i luoghi in cui aveva tenuto concerti e con cui aveva avuto esperienze positive. Per questo immane lavoro non finiremo mai di ringraziarlo. Sono arrivate venti adesioni da parte di varie città, da Nairobi a Tokio, da Stoccolma a Parigi, da Montreal a Pechino. Abbiamo proposto il progetto alla Siae, che ha risposto con entusiamo e ci ha finanziato il progetto per 75.000 €, con venti musicisti per venti residenze sparse nel mondo. È il progetto più importante mai realizzato in Italia, e lo ha ideato Midj, un’associazione di musicisti. In realtà questo dovrebbe essere compito delle istituzioni e mi auguro che tutto ciò possa essere accolto in futuro anche dagli organi che hanno il dovere di farsi promotori di tali iniziative, come spero che anche i giovani al loro ritorno trovino maggiori possibilità per continuare la loro ricerca e sperimentazione artistica.

Su quali linee programmatiche si muoverà l’associazione nel 2018?
Continueremo sull’ottima strada tracciata fino ad ora. L’8 aprile 2018 ci sarà la nuova assemblea nazionale a Milano e le nuove elezioni. Io, Paolo Fresu, Paolo Tombolesi e Rita Marcotulli, essendo al nostro secondo mandato, non potremo più ricandidarci, e si farà quindi la giusta rotazione, ma per quanto mi riguarda, se mi verrà richiesto, continuerò a lavorare a latere per Midj. Ormai fa parte del mio sangue e non potrei mai pensare di non continuare a dare il mio apporto alla crescita dell’associazione. E poi c’è la Federazione del jazz italiano di cui ti parlavo. Ho voluto fortemente che si creasse un coordinamento dei diversi jazz club italiani, e a breve nascerà una relativa associazione; allo stesso tempo si sta costituendo l’associazione delle etichette discografiche e quella dei fotografi. Tutti parteciperanno, insieme a Midj e I-Jazz (associazione nazionale dei festival), alla costruzione collettiva di questa rete, ognuno con la sua competenza. Insomma il jazz italiano è in fermento e tutto questo mi sembra un risultato grandioso, ma dovremo impegnarci molto per alzare il livello del confronto e per creare un network che porti finalmente la nostra musica nei luoghi che merita, diventando interlocutore unico e forte nei confronti delle istituzioni. Ci vorrà tempo, ma noi siamo molto motivati, tenaci e combattivi. We insist!